San Pietroburgo, 20 anni di Caritas

Natalia Pevtsova è la responsabile dei servizi di solidarietà della Chiesa cattolica

La Caritas a San Pietroburgo celebra 20 anni di attività. Una realtà nata dall’entusiasmo di padre Harmut Kania, che dalla sua diocesi in Germania si era trasferito sul delta della Neva con tonnellate di aiuti e un immenso entusiasmo, così da conquistare tanti alla filosofia della Caritas: aiutare tutti senza sperare niente in cambio. Tra loro, nel 1995, c’era Natalia Pevtsova, un’insegnante “nata durante il disgelo Krusciov, allevata in Unione Sovietica credendo nel futuro luminoso del comunismo”, come racconta lei stessa a Sir Europa. Pevtsova insegnava a Tihvin, non lontano dall’ex Leningrado. Insieme ad alcuni colleghi nel 1996 organizza una scuola per minorenni detenuti, in attesa di giudizio, “giovani con destini spezzati; c’era chi non sapeva leggere; stipati in 30 in celle destinate a 10 persone, con due ore d’aria al giorno nel cortile della prigione e una visita dei familiari al mese”. Poi nel 1998 padre Harmut (che morirà nel 2001) diventa responsabile della Caritas Russia e affida a Natalia il compito di dirigere la Caritas di San Pietroburgo. Accanto alla ricchezza di alcuni, spiega, “sono cresciuti il bisogno, la povertà, i mille volti della tragedia umana (alcoolismo, droga, violenza, Aids). Le differenze fra ricchi e poveri si fanno più scandalose e ci interpellano, perché purtroppo non esiste nella società russa una cultura della solidarietà”.

Partiamo da qui: può chiarire cosa significa che manca la cultura della solidarietà?
“Ciò è dovuto ai 70 anni del periodo sovietico: secondo l’ideologia non c’erano poveri e bisognosi. L’assistenza sociale per anziani soli, orfani, famiglie con molti bambini, disabili era prerogativa dello Stato sovietico. Quando negli anni ’90 quella forma di Stato ha cessato di esistere e nulla di nuovo è stato costruito, le persone sono rimaste sole con i loro problemi. Poi hanno iniziato a farsi registrare numerose organizzazioni caritative: in realtà si trattava di enti commerciali operanti sotto la bandiera della carità che importavano beni per l’assistenza umanitaria con sgravi fiscali, e, invece di distribuirli alla gente, li vendevano, screditando in tal modo l’idea della filantropia, generando un atteggiamento negativo verso gli enti di beneficenza. Ora, a poco a poco, rinasce e si riforma la cultura dell’aiutare i poveri e i bisognosi. Non solo dando ‘elemosine’, ma rispettando la dignità umana. La misericordia, la carità, l’assistenza e il mecenatismo stanno ritornando nella nostra vita senza connotazioni negative, e penso sia soprattutto grazie al lavoro trasparente delle associazioni di beneficenza delle Chiese cristiane e dei credenti”.

Avete 100 persone coinvolte in circa 20 progetti. Quante persone aiutate?
“Non è possibile dirlo con precisione, dal momento che il tipo di aiuti è molto vario. Diamo un pasto caldo al giorno a più di 500 persone, oltre 2.000 consulenze all’anno su problemi sociali; c’è il programma ‘Mamma e bambino’ che accoglie le donne in gravidanza con difficoltà e offre aiuto psicologico e morale, finanziario e legale, fino a quando il bambino ha 2 anni. Questo programma ha aiutato a venire al mondo più di 300 bimbi a San Pietroburgo, destinati a non nascere. C’è poi l’aiuto ai malati di Aids in ospedale e nelle loro case; il lavoro con i malati psichici e i loro genitori; un centro per handicappati fisici; un centro d’informazione, terapia e formazione sulle dipendenze (droga, alcol, violenza domestica). È uno dei programmi che sta crescendo, soprattutto per il problema della violenza sulle donne. Abbiamo due centri per bambini di famiglie con difficoltà, a rischio delinquenza per abbandono della scuola. Un altro programma va negli orfanatrofi. Poi ci sono due infermerie dove si insegna ad avere cura dei malati in casa e poi ancora una casa di riposo per anziani senza famiglia”.

Avete sostegno da parte delle istituzioni politiche?
“Nel nostro lavoro non otteniamo sostegno finanziario da parte dello Stato. Il nostro status giuridico è di ‘organizzazione religiosa’ e non sono previsti meccanismi per sovvenzionare le organizzazioni religiose. Ma poiché siamo anche una ‘organizzazione socialmente importante’, abbiamo agevolazioni fiscali e affitti agevolati per il nostro lavoro. Viviamo per il 90% con donazioni straniere, ma ultimamente sempre più residenti di San Pietroburgo donano soldi e tempo per aiutare chi è in difficoltà. Tutte le nostre attività non sarebbero possibili senza il sostegno della gente comune”.

C’è una dimensione ecumenica nel vostro impegno?
“Sì. Lavoriamo in stretta collaborazione con la Chiesa ortodossa russa, e in particolare con la Confraternita di S. Anastasia e la Comunità Pokrov. E in alcuni progetti – malati di Aids, casa di cura – facciamo ricorso all’aiuto dei sacerdoti ortodossi”.

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