“Architettura da ripensare”

Docente a Lovanio (Belgio), il giurista Marco Ventura riflette sul futuro dell'integrazione Ue

Le istituzioni europee “sono il risultato di uno straordinario processo di pacificazione e integrazione”, ma l’Ue di oggi “va ripensata”. Marco Ventura è professore di diritto ecclesiastico e canonico presso le università di Lovanio e di Siena e autore del recentissimo “Creduli e credenti. Il declino di Stato e Chiesa come questione di fede”: con Gianni Borsa, per Sir Europa, riflette sulle trasformazioni necessarie per rilanciare il progetto comunitario, sul ruolo delle Chiese, sulle prossime elezioni per l’Europarlamento.

Professore, fra meno di tre mesi i cittadini saranno chiamati a eleggere il nuovo Parlamento Ue. Un appuntamento democratico che però suscita preoccupazioni in relazione al crescere dei nazionalismi, dell’euroscetticismo, di fenomeni populisti. Da giurista, come giudica il recente evolversi dei Trattati e delle istituzioni comunitarie? Si sono strutturate in modo da rispondere alle attese dei cittadini?
“Le istituzioni sono lo specchio di chi le produce e di chi le abita. Le gigantografie dei volti degli europei all’ingresso del Parlamento di Bruxelles sono lì a ricordarlo. Le istituzioni europee sono il risultato di uno straordinario processo di pacificazione e integrazione. Questo percorso è stato graduale. Due strade si sono progressivamente allargate e avvicinate. Da un lato si è ingrandita la strada dell’Unione europea, ovvero la strada del mercato unico, dell’apertura delle frontiere, del libero scambio di persone, servizi, merci e capitali. Dall’altro lato si è ingrandita la strada dei diritti, con il Consiglio d’Europa e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Le due strade, un tempo rigidamente distinte, convergono ormai in più punti. Benché le elezioni riguardino l’Unione europea, e benché i Paesi membri delle diverse organizzazioni non siano gli stessi (la Turchia, ad esempio, è nel Consiglio d’Europa, ma non nell’Unione europea), è l’architettura istituzionale europea nel suo complesso che necessita un ripensamento”.

Come si dovrebbe procedere?
“Quattro sono a mio avviso i capitoli chiave su cui mettere mano. Anzitutto, c’è da rivedere l’assetto finanziario, le attribuzioni della Banca centrale europea, le politiche economiche: l’economia è stata il primo motore dell’integrazione europea, oggi rischia di essere la sua malattia mortale. In secondo luogo, bisogna proseguire sulla strada della democratizzazione: le elezioni di maggio non devono essere un momento isolato, ma la conferma di un’apertura quotidiana delle strutture europee alla società civile. In terzo luogo, l’Europa deve dotarsi di strumenti per essere protagonista della globalizzazione: il Servizio europeo per l’azione esterna dovrà essere potenziato e con esso i programmi – in particolare nella cultura e nell’educazione – attraverso i quali si proietta l’Europa oltre le frontiere vicine (Balcani, Mediterraneo) e lontane (Cina, India, Africa subsahariana, America latina, Usa). In quarto luogo, l’organizzazione europea deve essere riorientata per lottare contro la burocratizzazione e la standardizzazione”.

In Europa c’è chi ritiene che l’integrazione politica abbia fatto fin troppi passi avanti, altri sostengono che c’è “poca Europa”. Lei cosa ne pensa?
“Il futuro non si costruisce con il prevalere di un potere sull’altro, ma con l’integrazione tra poteri. Se la lotta sarà tra potere europeo e potere nazionale, chiunque vincerà, sarà un vincitore zoppo. Chi imposta la questione in questi termini, Chiese incluse, ha già perso. Giacché così facendo l’Europa sprofonda in un’idolatria dello Stato o a un’idolatria sovranazionale, poco importa se del libero mercato o dei diritti umani, incapace di rispondere ai nuovi bisogni dell’uomo. Vinceremo tutti, invece, se vincerà chi ha a cuore l’integrazione tra diversi livelli e strumenti di governo”.

C’è, a suo avviso, una relazione fra la percezione dell’integrazione europea e il mutare del “fenomeno religioso”?
“Europa e religione sono cambiate insieme. È impossibile distinguere cause ed effetti. Ma la trasformazione è là. In entrambi i casi è difficile fare i conti con il cambiamento. Vi è la tentazione di idealizzare e di rimpiangere ciò che non c’è più: la patria, la nazione, lo Stato; e la religione dei nostri padri, le vecchie Chiese. Ma vi è anche tanta reinvenzione della memoria, tanto oblio degli orrori e delle colpe del nostro album di famiglia. Tanto maggiore è quest’ultima parte, tanto più difficile diventa interpretare il cambiamento. È stato così con le radici cristiane dell’Europa, con la politicizzazione del crocifisso e con il progetto di una religione civile cristiana europea: un pasticcio di piani e di concetti, un pensiero lontano dalla realtà di ieri e di oggi”.

L’Ue si sta delineando quale attore internazionale sotto il profilo della tutela e promozione della libertà religiosa nel mondo. Vede anche lei risultati positivi in tal senso oppure no?
“Le linee guida dell’Unione europea per la protezione della libertà di religione e credenza nel mondo, approvate nel giugno 2013, sono un importante passo avanti. Le linee guida contrastano la tentazione della pigrizia, dell’inerzia, della tattica dello struzzo: gridano forte che l’oppressione in nome della religione, di cui soffre gran parte dell’umanità, è una terribile patologia. Perché tuttavia dalle linee guida si sprigioni una dinamica positiva sono necessarie due condizioni. Anzitutto, l’Europa deve essere coerente: non può predicare l’ingerenza internazionale in Pakistan e tacere sulla Russia. In secondo luogo, la libertà religiosa deve essere parte di una lotta complessiva per tutti i diritti di libertà e per l’eguaglianza”.

 Tre parole per invitare i giovani cittadini europei a votare a maggio. 
“Direi anzitutto ‘passato’, perché preparandosi a votare si aprono gli occhi su ciò che è accaduto ieri, si fanno i conti con la memoria, si osserva e si capisce, si scarta ciò che non si vuole più e si abbraccia ciò che si vuole passare alle prossime generazioni. Poi ‘presente’: il gesto di votare colloca il cittadino nell’oggi, afferma una responsabilità che può essere esercitata solo adesso. Infine ‘futuro’, perché il voto costruisce il domani, comincia a realizzare, e lascerà un segno”.

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