Servizio civile per tutti ” “come “palestra” “del vivere insieme”” “

Un'ipotesi formulata dal cardinale Angelo Bagnasco nel corso del X incontro nazionale dei giovani in servizio civile, promosso dal Tavolo nazionale. La testimonianza di Desbele Zerai, fuggito dall'Eritrea e ora a Roma. Quando ha saputo che il bando riservava alcuni posti agli stranieri, non ha avuto dubbi: "Seguo il progetto 'Crescere insieme' dei salesiani, prestando servizio in un oratorio"" "

Via lo stereotipo del giovane disimpegnato e individualista. C’è un’altra Italia. Quella che – parafrasando l’espressione usata dal cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione all’ultimo consiglio permanente della Cei – incarna la "cultura del noi". Ne sono un esempio i ragazzi e le ragazze che hanno scelto d’impiegare un anno di vita nel servizio civile. Ne è passato di tempo dalla prima legge sull’obiezione di coscienza, nel 1972, all’epoca riservata agli uomini che si rifiutavano di fare il servizio militare: la leva è stata sospesa nel 2005 ma già nel 2001 era stata approvata la legge sul servizio civile volontario, aperto anche alle donne (che, nell’ultimo decennio, hanno superato numericamente gli uomini). In oltre 30 anni oltre 800mila giovani hanno fatto questa scelta di pace e nonviolenza. E oltre 400 si sono ritrovati oggi a Genova per il X incontro nazionale dei giovani in servizio civile, promosso dal Tavolo ecclesiale sul servizio civile in occasione della memoria liturgica di san Massimiliano di Tebessa, obiettore di coscienza al servizio militare nell’esercito romano, che ha pagato questa sua scelta con la vita. Che sia il caso – vista la valenza educativa – di renderlo obbligatorio? Celebrando l’eucaristia in cattedrale per l’occasione, il cardinale Bagnasco ha auspicato "un tempo di servizio civile per tutti, indistintamente, come tirocinio nel quale – giorno per giorno – si vive e si condivide un progetto di vita, degli ideali alti". Una "palestra del vivere insieme" – al pari di famiglia, parrocchie, associazioni giovanili – "dove si sperimenta la dura scalata delle buone relazioni, dove s’impara dalla carne a riconoscere e superare i propri individualismi, dove si scopre che sono i legami che ci liberano e dove si assapora, senza retorica, la gioia della comunione e del dono". In fuga dall’Eritrea. Non è così lontana la vicenda di san Massimiliano. Ancora oggi, nel mondo, c’è chi rischia di morire per non uccidere. È la storia, ad esempio, di Desbele Zerai, fuggito dall’Eritrea e ora a Roma. "In Eritrea – racconta – abbiamo una dittatura che ci costringe al servizio militare a vita. Io non volevo, ma lì non ci sono alternative, così sono scappato a piedi in Sudan con quattro amici. Se mi avessero scoperto mi avrebbero ucciso". Da qui il racconto di uno dei tanti "viaggi della speranza" attraverso il Sudan, il deserto del Sahara ("i trafficanti comandano, se uno cade dall’auto stracarica viene abbandonato nel deserto e muore"), la Libia di Gheddafi e poi il viaggio in barca fino a Lampedusa, dove è arrivato nel 2008. In Italia Zerai è passato attraverso le lungaggini burocratiche per la concessione dell’asilo politico, arrivando nel frattempo a Roma ed entrando in contatto con i salesiani, finché lo scorso anno ha saputo che il bando per il servizio civile riservava alcuni posti agli stranieri e non ha avuto dubbi: "Seguo il progetto ‘Crescere insieme’ dei salesiani, prestando servizio in un oratorio". A fianco degli ultimi in Italia e all’estero. Tante esperienze di servizio civile sono accanto agli ultimi. Come Lucrezia Giletta, che a Costigliole Saluzzo (Cuneo) sta dedicando l’anno al progetto "R-accogliere" della Comunità Papa Giovanni XXIII. "Ci occupiamo – spiega – di adulti che provengono da diverse situazioni di emergenza. Ogni nostra attività è nel segno dell’accoglienza: dall’ascolto all’offerta di un posto per dormire, diamo a queste persone la possibilità di riprendersi in mano la propria vita". Nel segno dell’accoglienza pure "Pro.Net Donna", iniziativa della Caritas veronese. "Il disagio femminile – evidenzia Eleonora Milione, volontaria calabrese ‘trapiantata’ a Verona – da noi è molto visibile. Per questo abbiamo formato una rete per rispondere ai bisogni, oltre a studiare l’evoluzione del fenomeno e collaborare con le istituzioni". A volte non servono grandi azioni. "Viviamo la fraternità – osserva Milione – nei piccoli gesti quotidiani, condividendo spazi ed esperienze". Infine, non vanno dimenticati i "caschi bianchi", giovani italiani impegnati all’estero. A Sarajevo, ad esempio, ci sono ora Elena Luison e Rodolfo Toé, segno di una presenza di pace che dura dagli anni della guerra. "Oggi – raccontano via skype – il conflitto di cui si occupa la Caritas è la marginalizzazione sociale": non c’è più la guerra, ma bisogna evitare situazioni che potrebbero accendere una miccia. Anche qui troviamo dei giovani muniti di altruismo e buona volontà, la parte migliore dell’Italia.

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