Elezioni, domande ai candidati

A partire dal Concilio, alcuni nodi da sciogliere nell'integrazione europea

È oggi constatazione comune che il mondo si stia riducendo, l’interdipendenza economica e politica dell’umanità non cessa di aumentare, la comunicazione globale diventa più densa di giorno in giorno. La Chiesa cattolica lo ripete da molto tempo e giunge alla conclusione che è necessario costituire un ordine politico che tenga conto di questa evoluzione. Basti solo pensare al Concilio, che quasi cinquant’anni fa ha dichiarato nella sua costituzione pastorale “Gaudium et spes”: “Dati i crescenti e stretti legami di mutua dipendenza esistenti oggi tra tutti gli abitanti e i popoli della terra, la ricerca adeguata e il raggiungimento efficace del bene comune richiedono che la comunità delle nazioni si dia un ordine che risponda ai suoi compiti attuali, tenendo particolarmente conto di quelle numerose regioni che ancor oggi si trovano in uno stato di intollerabile miseria”.
Ora, l’organizzazione di un ordine politico non significa altro che la definizione dei luoghi del potere e il grado di sovranità attribuita a diversi livelli. Tradizionalmente si distinguono tre componenti della sovranità: è sovrano chi comanda un esercito, chi può elevare le imposte e chi ha il diritto di battere moneta. Scartando i vecchi pregiudizi sull’inferiorità dell’attività economica, si può aggiungere anche una quarta componente che è quella della regolamentazione del mercato. Questa facoltà è stata, in realtà, sempre custodita gelosamente dai potenti, che dalla notte dei tempi si sono ingegnati per mantenere il proprio diritto di imporre norme alle bancarelle del mercato e ai negozi situati ai piedi delle loro fortezze.Se dalla fine della seconda guerra mondiale si parla di costruzione europea, dobbiamo riconoscere che il processo, che oggi ha portato all’Unione europea, ha consentito di pacificare progressivamente la quasi totalità del continente europeo, anche se i tragici eventi in Ucraina e le sommosse in Bosnia ci rammentano che non tutto è risolto. Questo è stato possibile grazie alle idee di Jean Monnet, riprese da Schuman, Adenauer, De Gasperi e altri. Consapevoli che la capacità di ordinare l’economia insieme e di definire in comune delle regole sarebbe stata una chiave per la stabilità politica in Europa, essi hanno firmato nel 1957 il Trattato di Roma. Su questa base poggia il grande mercato comune con le sue regole, che sono naturalmente assai numerose, tenuto conto della molteplicità dei settori economici interessati.
Dagli anni ’70 si è iniziato a parlare di condivisione del potere monetario, perché la corsa alle svalutazioni delle monete rischiava di compromettere l’organizzazione del mercato comune. Ciò ha condotto al trattato di Maastricht del 1992 e all’introduzione dell’euro, oggi moneta di 18 Paesi dell’Unione europea. Nel 2008 è tuttavia venuto alla luce che centralizzare il potere di fissare il tasso di interesse – che oggi è riconducibile al potere di battere moneta – solleva un problema se la congiuntura economica non è armonizzata in tutta l’eurozona. Il basso tasso di interesse fissato dalla Banca centrale europea era perfetto per accompagnare un’economia stagnante al nord-ovest dell’Europa, ma era lontano dall’essere adattato alle economie del sud. Come riassorbire gli squilibri che ne risultano in termini di disoccupazione e di bilancia commerciale? Questo è oggi il cuore del dibattito sul futuro dell’Europa.
La messa in comune della terza componente della sovranità politica, quella di elevare le imposte, oggi si pone all’interno dell’eurozona. Si tratta di creare o meno un coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo per poter attenuare gli squilibri congiunturali e accompagnare le indispensabili riforme strutturali. In caso affermativo, l’ordine politico europeo potrebbe rispondere alla crescente interdipendenza dell’umanità. In caso contrario, il mantenimento della moneta unica e del mercato comune diventerebbe nel tempo complicato.
Infine, un’ultima parola sull’ultimo elemento della sovranità, quello di comandare un esercito: chi oggi denuncia l’impotenza dell’Unione europea nei Balcani, in Ucraina, in Medio Oriente e altrove, è invitato a chiedersi se una maggiore integrazione europea in materia di difesa non sarebbe l’unico mezzo per costituire un giorno una potenza Europa che conti nel mondo.
Per concludere, sarebbe dunque auspicabile interrogare i candidati alle elezioni europee sulle loro risposte alle uniche domande che contano davvero: volete mantenere i grandi mercati europei, o altrimenti quali modifiche nella libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali state ipotizzando? Volete smembrare o mantenere l’eurozona? Sì o no a un’autorità fiscale a livello europeo? Un esercito europeo: a quando?

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