I due populismi della Grecia” “

Un Paese allo stremo, che cerca di risollevarsi dalla crisi. L'Europa sembra lontana " "

“Un anno e mezzo fa stavamo vivendo una catastrofe: si parlava di fallimento della Grecia e di implosione dell’eurozona. Questo non è accaduto anche grazie ai pesantissimi sacrifici sopportati dal popolo greco”. Così parlò Antonis Samaras, premier greco, capo di Nea Dimokratia (Nd, centro-destra, al governo con il socialista Pasok), il 15 gennaio scorso, all’Europarlamento, dopo aver assunto la presidenza semestrale dell’Ue. Nelle sue parole gli ultimi difficili anni di storia del suo Paese, segnata da “debolezze, manchevolezze, errori nell’avvio dell’euro” ma anche e soprattutto dagli “errori di noi greci, causati da decenni di governo” che non hanno tenuto in debito conto la necessità di avere conti pubblici in equilibrio. Fallimento cominciato con le Olimpiadi 2004. Se le Olimpiadi del 2004 furono una festa per lo sport, non lo furono altrettanto per il Paese: 8,9 miliardi di euro di spesa, soltanto 1,7 dai privati. Non bastarono certo gli introiti derivanti dai diritti tv (1,2 miliardi). L’economia greca registrò un incremento del Pil dello 0,3% e l’aumento del turismo, ma l’onda lunga di quelle spese folli si fa sentire ancora oggi. Come quella della corruzione che ha toccato, e tocca, politici e funzionari di governo coinvolti in scandali e bustarelle. Una piaga denunciata con forza anche dalla Chiesa cattolica locale. E l’oggi della Grecia è fatto di tagli e, per usare parole di Samaras, di “sacrifici inimmaginabili”. “Abbiamo avuto una drastica riduzione del Pil. Con la crisi ogni greco medio ha perso il 38% del suo potere di acquisto. La disoccupazione è passata dal 7 al 27% in sei anni, e ha sfiorato il 60% tra i giovani”. I tagli operati dal Governo, insieme ai piani di protezione imposti da Berlino o, se si preferisce, dalla Troika (Ue, Fmi e Bce) hanno gettato il Paese nel dramma costringendo strati della popolazione a nutrirsi di cibo scaduto, a frugare nella spazzatura, a rinunciare alle cure sanitarie, all’uso dell’automobile, 100mila targhe riconsegnate alla Motorizzazione tra la fine del 2013 e gli inizi del 2014, e a servizi come energia elettrica e gas, per non pagare le bollette. In questo clima di crisi si è consumato in Grecia un vero e proprio divorzio silenzioso tra politica e potere che ha messo in discussione anche il concetto di sovranità nazionale. Alba Dorata. Ridotta allo stremo da un nemico che non riesce a identificare (Ue, Troika, Merkel, banche, corruzione…), e incapace di reagire ad esso, la Grecia cerca di trovare un capro espiatorio come testimonia l’insorgenza di partiti populisti, di destra come “Alba dorata” e di sinistra come “Syriza”, che di colpevoli della crisi ne offrono molti. Forti dell’arretramento dei partiti moderati (Nuova democrazia e Pasok) i due movimenti hanno registrato un forte incremento elettorale. Alba Dorata è passata dallo 0,3% del 2009 al 6,9% del giugno 2012. Ancora più sorprendente è il balzo di Syriza che nelle stesse elezioni è passata dal 4,6% del 2009 al 26,9% del giugno del 2012. Partito di estrema destra nato nel 1993, Alba Dorata oggi viene accreditato di un quasi 15% alle prossime Europee, nonostante i suoi vertici siano stati arrestati per azioni criminali. Segno evidente che le sue posizioni soprattutto contro la Troika e l’immigrazione clandestina – rea di sottrarre lavoro e risorse ai “veri” greci – fanno presa tra il popolo. Funziona anche la forte opposizione alle politiche di austerity varate dal governo greco di Papandreou (fino al novembre 2011), di Papademos (fino al maggio 2012) e di Samaras (da giugno 2012) in ottemperanza alle richieste di Bruxelles. Contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, nella retorica di Alba Dorata l’Europa e la crisi dell’euro si trovano all’ultimo posto. Dichiarazioni come “rimarremo nell’Eurozona fino a quando ci conviene, dopo recupereremo la nostra sovranità monetaria” confermano un sostanziale antieuropeismo che Alba Dorata evita di manifestare per opportunismo. Il movimento sa bene, infatti, di essere incompatibile con l’Europa, ma al tempo stesso sa altrettanto bene che se dispiegasse la bandiera antieuropea perderebbe gran parte del consenso guadagnato nel Paese. “Syriza”. Contro l’Europa dei mercati e le politiche neoliberiste si pone “Syriza”, nata nel 2004 come coalizione dei partiti politici greci post comunisti, e oggi guidata da Alexis Tsipras, uomo nuovo della sinistra europea (Gue) che lo ha candidato alla presidenza della Commissione, alle prossime elezioni continentali. Per lui “la Merkel porta solo povertà” per questo propone “una conferenza europea sul debito sul modello di quella del ’53 che cancellò gran parte del debito della Germania postbellica risollevandola” e chiede che “la Bce funzioni come una vera banca centrale, come quella americana, che presti agli Stati e sono solo alle banche”. Favorevole alla permanenza della Grecia nell’area euro, Syriza ha tra i suoi punti programmatici il taglio della spesa militare, l’adozione di una tassa sulle transizioni finanziarie, la legalizzazione del matrimonio omosessuale e la depenalizzazione del consumo di droghe. “Alba Dorata”? “È il prodotto politico del liberismo, cresciuto grazie alla crisi – parole di Tsipras -, fomenta rabbia e disperazione prendendosela con i più deboli e non con i più forti”. Il dibattito per individuare la direzione nuova da dare alla Grecia e all’Europa è in corso. E non saranno gli slogan a dare una svolta.

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