Un muro da abbattere

Per un'Europa migliore serve un rapporto di fiducia tra sfera religiosa e politica

“Dio e lo Stato, Europa tra laicità e laicismo”, è il tema al centro della riflessione e del dialogo dell’assemblea plenaria del Ccee, il Consiglio delle Conferenze episcopali europee, convocata dal 3 al 6 ottobre a Bratislava. Un tema non nuovo ma che richiede di essere ripreso a fronte di trasformazioni che hanno cambiato e cambiano velocemente lo scenario sociale, culturale e religioso dell’Europa.
Il tema, nonostante qualcuno fatichi ad ammetterlo, non è affatto estraneo alla riflessione politica e culturale sull’origine della crisi dai molti volti che il nostro continente sta vivendo perché alla radice e nel cuore di questo lungo travaglio c’è “un qualcosa” che riguarda la presenza o l’assenza di Dio nella storia e nella cronaca. C’è quel dialogo tra fede e ragione che nessuno può spegnere o ignorare.
“Siamo di fronte – afferma il card. Péter Erdõ, presidente del Ccee – a una realtà in un certo senso paradossale. Da un lato in Europa sono tuttora molto presenti una cultura e una fede radicate nella lunga tradizione cristiana ricevuta da tanti santi” e dall’altro lato si assiste “a un crescente rifiuto dell’eredità cristiana e dei princìpi che da essa scaturiscono, con la conseguenza inevitabile di dovere cercare altre ‘forme di unità’ sia nel potere del denaro sia nell’omologazione culturale che si manifesta nell’imposizione di un pensiero unico e di uno stesso stile di vita”.
Il paradosso, che non va sottovalutato, dice che questo è il tempo di puntare a una nuova convergenza tra la sensibilità laica e la sensibilità religiosa. Quel “cortile dei gentili”, nel quale Papa Francesco cammina spesso e volentieri, va coltivato con costanza e premura perché, proprio grazie alla sua originalità, può trasmettere segnali di novità intellettuale anche alla realtà politica e istituzionale europea.
Non si può pensare al futuro dell’Europa e non si può costruirlo se la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica rimane in un contesto di diffidenza e rifiuto e non entra in un contesto di amicizia. Per abbattere questo muro occorre che cresca la consapevolezza che solo in un intreccio di relazioni libere da ideologie e pregiudizi si può realizzare quel bene comune che non è dato solo da una sommatoria di risposte alle esigenze materiali dei cittadini europei.
Per governare con lungimiranza e credibilità la società moderna e lo Stato moderno, compresa l’Unione Europea – è uno dei messaggi che vengono da Bratislava – occorre che Stati e unione di Stati accolgano la dimensione religiosa e, in particolare, tengano conto che la libertà religiosa delle persone e delle comunità è irrinunciabile per poter costruire una società unita nella diversità.
In oltre sessant’anni di storia comunitaria, il magistero pontificio, il magistero degli episcopati nazionali, anche nelle loro espressioni europee, e il pensiero del laicato cattolico hanno ribadito che la separazione tra Stato e Chiesa non può essere lo sradicamento della dimensione religiosa dallo Stato, ma il riconoscimento da parte dello Stato di un irrinunciabile riferimento superiore per costruire il bene comune.
Va anche detto che una società secolarizzata, come è anche quella europea, non è affatto una società perduta. Dietro una crosta di indifferenza c’è il desiderio di incontrare qualcuno che sappia dare risposte non effimere e ingannevoli alla domanda di verità che è domanda di felicità.
E qui è atteso un supplemento di testimonianza, di intelligenza e di comunicazione soprattutto da parte del laicato cattolico come tra l’altro auspica l’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa” di cui ricorre il decimo anniversario di pubblicazione.
“Il Vangelo – ricorda il presidente del Ccee – non è più accolto se torniamo indietro e cerchiamo di vivere secondo un’idea di società ormai passata e spesso frutto di una immaginazione, dimenticando le difficoltà di altri tempi oppure sognando un futuro paradisiaco in questo mondo. La missione della Chiesa oggi è di evangelizzare la modernità e anche la post-modernità”.
Non si può e non si deve dunque abbandonare l’Europa alla deriva dei venti del pessimismo e dello scetticismo. Non va neppure abbandonata quando, a difesa di una modernità senza futuro, alzano i toni la francese “laïcité de combat” o l’ignoranza ostile alla religione: due contrapposizioni laiciste che dell’autentica laicità sono una negazione o una contraffazione.

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