Le mamme over 35″ “ci dicono di un’Italia” “in grande affanno

Il ginecologo Giorgio Vittori: "Un'idea simile a quella dell'Opera nazionale maternità e infanzia, creata nel secondo dopoguerra per offrire assistenza formazione e cultura alla natalità e alla famiglia, non la riterrei fuori luogo nemmeno ora, perché si tratta di beni da salvaguardare e sostenere in un momento di crisi come l'attuale"

In Italia sono più numerose le donne che partoriscono tra i 35 e i 44 anni di quelle che mettono al mondo il primo figlio tra i 25 e i 34 anni: il 48,4% (con punte dell’1,4% per le over 45) contro il 44,7%. Fino al 2008 il trend era l’opposto: 45,7% contro 48,9%. A diffondere i dati la clinica ginecologica milanese Mangiagalli, forte dei suoi 6.500 parti l’anno. Non è sorpreso Giorgio Vittori, primario della Divisione ginecologia dell’ospedale romano San Carlo di Nancy, docente all’Università di Tor Vergata e già presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), secondo il quale questa realtà, pur con qualche variante, interessa tutto il territorio nazionale. "Bisogna prenderne atto – dichiara al Sir – e costruire un sistema adeguato in un’Italia a rischio spopolamento".

Ma si tratta di un svolta storica?
"Già nel 2008 l’Istat aveva fotografato il cambiamento. Un processo in corso da tempo e una questione strategica che meriterebbe attenzione e sollecitudine da parte delle istituzioni per costruire un percorso di assistenza e presa in carico di queste mamme non più giovani: donne che pensano di ‘avviare’ il motore della fertilità quando è quasi esaurito, giacché la curva di vita degli ovociti crolla a 37 anni. La Mangiagalli, ‘casa da parto’ più famosa in Europa, è apripista al riguardo, ma il 70% degli ospedali italiani è ‘debole’, per volumi (sotto i 400 parti l’anno e quindi con scarsa esperienza), o per dotazione di risorse umane e strumentali. Occorre pertanto diffondere quella ‘cultura del parto’ che caratterizza la clinica milanese, la sua capacità di risposta all’innalzamento dell’età media delle primipare".

Quali sono i problemi legati a questo fenomeno?
"L’elevata età media della prima maternità corrisponde anche ad un aumento al ricorso alle procedure di fecondazione assistita, oggi circa 108-109 mila cicli l’anno che portano un po’ meno di 10mila bambini in braccio. Le gravidanze che insorgono a quell’età possono essere anche spontanee, ma sono spesso indotte, come testimonia pure l’aumento del tasso di gemellarità, intorno al 2-2,5% nella popolazione normale, ma nell’ordine anche del 20% in queste gravidanze. Una gravidanza gemellare è a maggiore rischio, presenta un 60% in più di probabilità di parto prematuro, quindi di nascita di bambini sottopeso, con i problemi o i piccoli danni che ciò può ancora comportare nonostante i progressi della terapia intensiva".

Anche l’alto numero di cesarei è collegabile a questo innalzamento anagrafico?
"No, dipende da come è ‘costruito’ l’ospedale e da come ne sono distribuite le risorse. Spesso si tratta di una scelta programmata di opportunità, oppure medico-legale".

Esiste, allora, in Italia una "rete" adeguata per questa tipologia di neomamme?
"Non ancora, e il non rendersi conto che questo è un aspetto prioritario significa non cogliere l’importanza di ‘ricostruire’ la popolazione del Paese. Negli anni’70 avevamo circa 1.300.000 nati l’anno; oggi sono meno di 550 mila, e circa 250mila da donne over 35. Crisi, disoccupazione, mancanza di protezione alla donna in gravidanza e fuori gravidanza, mancato sostegno alle giovani coppie e in generale alla famiglia giocano contro il nostro tasso di fecondità, circa l’1,34 contro il 2 della Francia. Solo per sostenere il nostro welfare occorrerebbero ogni anno 250mila nati in più".

Mi sembra che le sue proposte vadano oltre il momento della nascita…
"Occorre certamente creare ‘case da parto’ in cui le donne si sentano accolte serenamente, ma in grado di intervenire con immediatezza in caso di complicazioni Tutto il sistema ha bisogno di una seria ‘manutenzione’ per arrivare ad uno standard adeguato ai tempi e alle nuove esigenze. Terapia intensiva, neonatologi ed esperienza devono convivere in maniera armonica in un dipartimento funzionante. Bisogna ottimizzare le scarse risorse rimaste, ma la presenza di punti nascita di qualità non esaurisce la questione".

Che cosa manca, ancora?
"La nascita è uno dei momenti fondamentali della vita della famiglia, ma occorre diffondere la cultura del valore di una nascita per tutto il Paese, della necessità del sostegno alla famiglia. Un’idea simile a quella dell’Opera nazionale maternità e infanzia, creata nel secondo dopoguerra per offrire assistenza formazione e cultura alla natalità e alla famiglia, non la riterrei fuori luogo nemmeno ora, perché si tratta di beni da salvaguardare e sostenere in un momento di crisi come l’attuale. La morte dopo il parto di una donna in Sicilia due giorni fa, il feto umano ritrovato in strada a Mandatoriccio (Cs), i cento infanticidi l’anno, la depressione postpartum, i neonati abbandonati: dopo la notizia choc nessuno ne parla più ma sono questioni prioritarie, campanelli d’allarme su cui i nostri decisori dovrebbero riflettere e cercare risposte. Così come la necessità di attrezzarsi affinché l’esperienza della Mangiagalli – concentrato di evidenza scientifica, esperienza, didattica e formazione – non rimanga isolata a fronte della rete dei circa 500 ospedali presente sul territorio. La domanda però è: quanto questo ci interessa veramente?".

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