Il prof. in vetta” “tra vertigine” “e malinconia

Bello e gratificante insegnare a Bologna: il 75% di studenti provengono da fuori, molti da regioni del Sud. "Penso ai sacrifici delle famiglie, ai molti che vorrebbero studiare da noi, ma non possono permetterselo, alla bassa qualità di certe sedi universitarie dove saranno costretti a ripiegare"

In questi anni mi è capitato diverse volte di scrivere sulle soddisfazioni che regala il fatto di insegnare nell’Università di Bologna, dell’ammirazione, e spesso anche dell’invidia, con le quali tanti colleghi stranieri che incontri, prima o poi, finiscono per ricordarti che insegni nella "più antica Università del mondo occidentale", collocata per giunta in una città bellissima. Mi capita spesso di riflettere, tra me e me, su tale privilegio. Ne vado molto fiero. A maggior ragione oggi che la graduatoria Anvur, l’agenzia nazionale per la valutazione della ricerca, colloca il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, dove insegno, tra i primi quattro in Italia.
È indubbiamente gratificante sapere che molti degli studenti più bravi del nostro Paese scelgono di venire a studiare da noi (sono soprattutto i bravi studenti a fare la qualità di un corso di studi!); così come è gratificante stare in mezzo a colleghi prestigiosi, il cui valore di studiosi viene riconosciuto sia in Italia che all’estero. È altresì rassicurante poter contare su una struttura amministrativa di grande efficienza, quale è quella dell’Università di Bologna; si direbbe che stiamo passando indenni persino attraverso il riordino delle strutture accademiche, il passaggio dalle vecchie Facoltà ai Dipartimenti, previsto dalla legge Gelmini. Eppure, proprio pensando a questi privilegi, sento serpeggiare in me anche un po’ di malinconia.
Abbiamo lavorato molto in questi anni per migliorare la nostra offerta formativa, per accentuare il carattere internazionale dei nostri corsi di studi, per offrire ai nostri studenti uno sbocco occupazionale soddisfacente. Ma la crisi economica, politica e istituzionale che stiamo attraversando, l’alto tasso di disoccupazione giovanile, specialmente al Sud del Paese, sembrano gettare un’ombra anche sul buon lavoro che abbiamo fatto. In alcuni nostri corsi di laurea, ad esempio, abbiamo il 75% di studenti che provengono da fuori dell’Emilia Romagna, molti da regioni del Sud. Ecco allora che penso ai sacrifici delle loro famiglie, ai molti studenti che vorrebbero venire a studiare da noi, ma non possono permetterselo, alla bassa qualità di certe sedi universitarie dove saranno costretti a ripiegare. Ed è questo che procura malinconia (oltre a un po’ di rabbia).
Stiamo creando un Paese dove, in barba a qualsiasi criterio di merito e di giustizia, le opportunità formative dei nostri figli dipendono sempre di più dal caso (essere nati a Bologna, a Siena o a Milano) oppure dai soldi. È vero che, come recita un vecchio proverbio popolare, la fortuna è cieca e quindi, se uno nasce in un posto anziché in un altro, non ci si può far nulla. Tuttavia, le difficoltà economiche di certe famiglie, specie al Sud, sembrano dirci che la sfiga ci vede. E questo francamente è troppo. Non è giusto che un giovane, capace e magari appassionato per lo studio, non possa sviluppare le proprie potenzialità semplicemente perché la famiglia non ha i soldi per mandarlo a studiare dove potrebbe svilupparle. È uno scandalo che chiama in causa la politica, la società civile, il mondo universitario e tutti coloro che hanno a cuore un minimo di giustizia.
Per quanto i criteri di valutazione utilizzati non siano infallibili, è pur vero che le classifiche Anvur collocano le Università del Sud piuttosto male. A tutti i problemi ben noti, si aggiunge così anche una vergognosa discriminazione culturale. Che cosa vogliamo fare per mitigare questa vergogna? Di certo non ha senso scaricare tutte le colpe sul governo o sulla politica, né ha senso continuare a spendere soldi pubblici in istituzioni universitarie del tutto inefficaci e inefficienti. Il paradosso amaro è che le classifiche Anvur arrivano, quando la crisi sta riducendo al lumicino la capacità di scelta delle persone.

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