Che ne sarà dell’Ue?

È tempo di riprendere i tentativi per una Costituzione europea falliti un decennio fa

Stati Uniti d’Europa, federazione europea, confederazione, unione politica: che ne sarà dell’Unione europea? Su questo punto non vi è consenso. O quel che è peggio ancora, evidentemente c’è tra i responsabili politici un tacito accordo per cui non si deve nemmeno tentare di trovare un consenso su questo punto. Evidentemente si ritiene che un simile esperimento sia inutile. O si teme, dalla controversia che ne potrebbe sorgere, un affaticamento e una paralisi delle attuali faccende.
Naturalmente, non si otterrebbe ancora molto se gli europei si accordassero su quale di questi modelli si dovrebbe realizzare. Perché ciascuno di questi modelli richiede poi modalità diverse di realizzazione. E in realtà – come mostra uno sguardo ai paesi del mondo del passato e del presente – dietro le parole si nasconde una varietà di forme diverse di governo e di sistemi costituzionali diversi.
L’accordo sulla finalità dell’integrazione europea è il principale problema della politica d’integrazione fin dal suo inizio. E nel corso del tempo, con l’allargamento dell’Unione a 27 Stati membri, anche questo problema è diventato sempre più grande. Perché con ogni nuovo Stato membro si aggiungono nuove idee e aspettative alle attese e idee già esistenti sulla struttura futura della casa comune. Tutte devono essere riconciliate se si deve raggiungere il consenso. Questa sembra cosa impossibile, motivo per cui la domanda, anche se è stata posta più volte, è sempre rimasta senza risposta.
Così l’Unione europea continua a rimanere un progetto che si manifesta principalmente come un processo dagli sbocchi aperti. Il carattere di processo si riscontra non solo nel fatto che l’Unione Europea è come un cantiere, in cui si lavora senza posa per rendere sicuro, migliorare e completare un futuro edificio, di cui alcune parti sono già pronte. Anche per quanto riguarda la questione della dimensione geografica di applicazione, vale a dire i confini dell’Unione, si vede l’incapacità e la mancanza di volontà nel determinare la finalità dell’Unione europea.
La mancanza di consenso sulle finalità e ancor più la negazione di uno sforzo comune per cercare un tale consenso ha portato all’incompletezza dell’ordinamento interno, mentre la forma esterna è diventata un principio dell’integrazione europea. Questo ha conseguenze che si fanno sentire soprattutto in tempi di crisi. L’incompletezza dell’Unione europea, infatti, appesantisce le capacità del suo sistema politico di svolgere le proprie funzioni in modo decente, dal momento che mancano quegli strumenti essenziali per la gestione delle crisi, che invece sarebbero naturalmente a disposizione in un sistema politico definito, accurato. Nel corso degli ultimi anni, con sforzi visibilmente frenetici, le istituzioni dell’Unione hanno progressivamente creato questi strumenti per il settore finanziario e monetario, inserendoli temporaneamente nel sistema esistente, al fine di far fronte alle conseguenze della crisi o impedire il ripetersi degli errori che hanno portato alla crisi stessa.
Infine, il disaccordo sulle finalità dell’Unione europea comporta il rischio di una disgregazione delle parti che negli anni, con grandi sforzi, sono state messe insieme nell’Unione. Non tutti gli Stati membri prendono parte a tutti i suoi elementi e iniziative. Gli Stati membri possono staccarsi da alcune procedure e accordi dell’Unione, quando questi sono troppo per loro, vale a dire: se vanno in una direzione che non corrisponde alla loro idea delle caratteristiche della futura Unione.
La possibilità del cosiddetto “opting out” è una logica conseguenza della questione irrisolta sulle finalità; è rivendicata da numerosi Stati membri in ambiti diversi dell’integrazione. Il contratto prevede una tale “integrazione differenziata” – come pure ammette la “cooperazione rafforzata” tra un certo numero di membri in un determinato settore politico, se non tutti vogliono o possono collaborare. Così si mantiene la finzione di una unità, persa ormai da tempo.
Dei 27 Stati membri dell’Unione europea attualmente solo 17 sono parte dell’Unione Monetaria, 25 partecipano al “patto fiscale”, 23 al Patto Euro Plus, 25 allo “spazio di libertà, sicurezza e giustizia”, 23 alla politica sulla sicurezza e difesa comune, solo 24 hanno adottato la Carta dei diritti fondamentali. L’elenco non si finisce qui.
Il rischio di disintegrazione associato a questo sviluppo è evidente. Esso potrà essere ricacciato solo con un forte impegno comune dei membri che sono disposti a restare fedeli alla missione fondante della Comunità e a continuare a lavorare per un’unione sempre più stretta tra i popoli e i paesi d’Europa. È tempo di riprendere i tentativi per una Costituzione europea falliti un decennio fa.

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