Salvare l’industria” “per aiutare il Paese

Turismo e nuova agricoltura non possono garantire, da soli, né l'occupazione né i redditi prodotti dal manufatturiero. Siamo ancora secondi in Europa, ma necessita una grande politica industriale. Magari alla Obama...

La notizia è caduta come un fulmine da un cielo fin troppo cupo: Indesit – il noto marchio di elettrodomestici – è intenzionata a lasciare a casa quasi 1.500 dipendenti. Se poi la cifra si ridimensionerà, molto meglio; ma è come se un intero paese perdesse il lavoro, e la contabilità negativa di questi ultimi mesi non si ferma certo ad Indesit. Tra fabbriche che chiudono per spostarsi all’estero, aziende che falliscono o che dimezzano il personale, nuotiamo in una valle di lacrime. Ebbene: da più parti si propongono ricette "nuove" per creare occupazione in Italia. Si ricorda la nostra vocazione turistica, si racconta del presunto boom agricolo, si propugna un diverso modo di valorizzare le nostre bellezze storico-artistiche e via dicendo. Un po’ ci si dimentica che la spina dorsale della nostra economia è (ancora) il manifatturiero; che l’Italia è un Paese produttore secondo solo alla Germania, in Europa. Che i fatturati, e gli utili, li facciamo producendo e vendendo caldaie, elettropompe, macchinari a controllo numerico, arredi, scarpe, grandi opere ingegneristiche, trattori… Estremizzando: quanti agriturismi dovranno aprire, per assorbire i soli dipendenti Indesit che rimarranno a spasso?
Non dimentichiamo, insomma, cosa veramente "fa" la ricchezza di un Paese privo di risorse naturali, e con 60 milioni di abitanti. Il turismo, i musei, i mercatini a km zero, le piccole start up di fantasiosi giovani, i servizi più disparati (i media parlano più dei tre che campano testando la qualità degli hotel, che dei tre milioni di giovani italiani senza lavoro): tutto ciò aiuta, ma se a Taranto l’Ilva cade trascinando con sé la siderurgia italiana e buona parte della metalmeccanica, non c’è baretto aperto nelle spiagge salentine che possa coprire il buco occupazionale che si crea.
L’Italia ha bisogno di una grande politica industriale, perché è un grande Paese industriale. Anche se le fabbriche e i capannoni sono brutti, non sono glamour, non fanno notizia, non solleticano alcun sogno. Ma danno il pane, qui come in Germania, a Detroit o in Cina.
Il presidente Obama è stato giudicato un visionario, un sognatore; mentre molto concretamente si sta battendo in tutti i modi per far ritornare le fabbriche negli Usa, e per salvare quelle esistenti. Lo fa con grandi decisioni, e sta portando a casa buoni risultati. Molte aziende stanno spostandosi in quegli Stati Uniti che sono tornati ad essere terreno favorevole per la produzione. E la disoccupazione, lì, sta calando.
Insomma qualcuno faccia qualcosa per le vere priorità: anzitutto bloccare l’emorragia di posti di lavoro verso altri Paesi. E poi lavorare duramente per creare condizioni "amichevoli" per chi voglia investire.
Il responsabile di un’azienda del settore energetico ci raccontava di aver avviato in contemporanea la costruzione di due impianti, uno in Italia e uno nell’Est europeo. Per il secondo le ruspe partirono il giorno dopo la firma del contratto; in Italia ci sono voluti sette anni e due mesi di iter burocratico prima dell’inizio lavori…

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