Scuola, porte aperte

Dossier della Commissione sull'inserimento educativo e sociale dei figli di migranti

Dal 1960 a oggi la migrazione netta verso l’Europa è triplicata. Un dato significativo che pone i Paesi Ue di fronte a nuove sfide, come per esempio quello della scolarizzazione dei figli delle famiglie migranti. Proprio recentemente la Commissione europea ha pubblicato un dossier dal quale emerge che “i minori di recente immigrazione sono maggiormente esposti al rischio di subire la segregazione scolastica e di frequentare scuole dotate di minori risorse e ciò si traduce in uno scarso rendimento e in un’elevata probabilità di abbandono scolastico precoce”. Sono i Paesi del nord Europa ad aver forse trovato soluzioni concrete ed efficaci di fronte all’insorgere di tale cambiamento. Su quindici Paesi presi in esame, solo Danimarca e Svezia hanno dimostrato, infatti, di fornire un sostegno mirato ai figli dei migranti, ad esempio attraverso insegnanti specializzati e un coinvolgimento sistematico dei genitori e delle comunità.

Incoraggiare all’accoglienza. “Ogni minore, indipendentemente dalla sua origine, merita di avere la possibilità, attraverso l’istruzione, di acquisire le competenze necessarie per la vita e che danno migliori prospettive di lavoro”, ha dichiarato al riguardo Androulla Vassiliou, commissaria all’istruzione e cultura. “Dobbiamo migliorare i risultati europei in questo settore e fornire maggiore sostegno ai gruppi vulnerabili – ha continuato – e occorre cambiare la mentalità che resiste in troppe scuole”. Come ha, infatti, sottolineato la commissaria, “gli studenti cresciuti in un determinato Paese sono i primi a doversi adattare ai figli dei migranti, e dovrebbero essere incoraggiati all’accoglienza. Su questo punto abbiamo bisogno dell’appoggio dei genitori”.

Sostegno alle scuole e agli insegnanti. L’Unione europea, nel quadro della strategia per la crescita e l’occupazione, incoraggia gli Stati membri a investire di più nell’istruzione, in modo da rafforzare le economie europee e far acquisire ai giovani le competenze richieste dal mercato del lavoro. In tale contesto, l’insegnamento ai figli dei migranti sta diventando una questione di importanza cruciale. “Nell’anno scolastico 2009/2010 gli alunni di prima lingua diversa dal tedesco iscritti nelle scuole austriache erano il 17,6% del totale e – rileva il dossier – negli ultimi cinque anni la percentuale degli alunni non autoctoni in Grecia è salita dal 7,3 al 12% nell’istruzione primaria e secondaria”. Lo studio della Commissione rileva, però, che nella maggior parte dei Paesi le scuole sono lasciate a loro stesse per quanto riguarda l’applicazione degli orientamenti nazionali in materia di assegnazione dei fondi oppure, al contrario, non dispongono dell’autonomia necessaria per adattare il sostegno alle singole esigenze e per calibrare le politiche nazionali in funzione della situazione locale.

No all’abbandono precoce dell’istruzione. Quello che emerge con forza dall’analisi è “l’importanza dell’autonomia scolastica e di un approccio olistico in materia di sostegno educativo ai minori di recente immigrazione, comprendente il sostegno linguistico e scolastico, il coinvolgimento dei genitori e delle comunità e l’educazione interculturale”. Secondo lo studio, infatti, “le scuole dovrebbero evitare la segregazione e la selezione precoce degli alunni sulla base delle abilità, in quanto ciò potrebbe sfavorire i figli dei migranti che si stanno adattando a una nuova lingua”. L’Ocse ha, infatti, rilevato che nel 2010, in Europa, il tasso di abbandono precoce dell’istruzione è stato del 25,9% tra gli alunni stranieri, contro un livello del 13% tra quelli autoctoni.

L’impegno dei Paesi Ue. Da quanto rileva lo studio, i casi più gravi sono registrati in Italia, Cipro e Grecia, che applicano un modello di sostegno “non sistematico”, caratterizzato da un “approccio casuale” per quanto riguarda il supporto fornito. Le politiche, inoltre, non sono sempre formulate in modo chiaro, né dotate di risorse adeguate o attuate in modo efficace, senza contare poi che gli insegnanti, i genitori e le comunità locali “restano in larga misura privi di orientamenti precisi” circa l’integrazione scolastica e culturale. Un modello interessante è invece quello attuato dall’Irlanda, “basato sull’integrazione” e caratterizzato da politiche di cooperazione e di educazione interculturale “ben sviluppate”. Il collegamento tra scuola, genitori e comunità locale è sistematico e l’apprendimento interculturale è, nell'”isola verde”, ben integrato nei programmi scolastici e promosso nella vita scolastica quotidiana. Complessivamente i risultati del rapporto Ue parlano chiaro e rilevano una problematica seria che va affrontata quanto prima. Una rivoluzione culturale e sociale non può più essere rimandata perché “non intervenendo rischiamo di creare un circolo vizioso in cui la mancanza di opportunità si traduce in risultati scolastici mediocri e in una maggiore probabilità di disoccupazione e di povertà”, ha concluso Vassiliou.

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