Il movimento islamista cresce e fa paura

Escalation delle violenze innescate da un rigurgito estremista e dalla proposta di una legge contro la blasfemia, punibile con la pena di morte. Pesante la repressione ordinata dal governo laico. L'opinione di alcuni italiani legati al volontariato cattolico: "La sensazione, nella comunità internazionale che vive a Dhaka, è che il fondamentalismo sia stato fomentato dall'esterno". Sospetti d'infiltrazioni di matrice pakistana nelle madrasse

Il Bangladesh sta catturando in questi giorni l’attenzione dei media per alcuni fatti tragici: il crollo del palazzo di Dhaka che ospitava negozi e laboratori tessili, dove lavoravano oltre tremila operai, con 912 vittime accertate, e oggi un nuovo incendio in una fabbrica tessile, con otto operai morti sul lavoro. Domenica scorsa, sempre nella capitale ci sono stati invece degli scontri violenti tra forze governative e centinaia di migliaia di manifestanti del movimento fondamentalista islamico d’opposizione Hefajat-e-islam, che hanno provocato ufficialmente una quarantina di morti. Ma secondo l’opposizione e alcune Ong locali la manifestazione è stata repressa con la forza dalle forze speciali governative e le vittime sarebbero diverse centinaia. Alcuni blogger locali hanno diffuso in rete foto di un vero e proprio massacro. In questi giorni è in corso uno sciopero generale indetto dall’opposizione per protestare contro la repressione. Il movimento Hefajat-e-islam era sceso in piazza tra domenica e lunedì per chiedere al governo laico di sostenere un documento in 18 punti che comprende, tra l’altro, la proposta di una legge contro la blasfemia, punibile con la pena di morte. Richiesta respinta decisamente dal governo. Le comunità cristiane e di altre religioni che vivono in Bangladesh, dice al Sir Benedict Alo D’Rozario, direttore esecutivo di Caritas Bangladesh, sono "molto preoccupate" per "il rischio crescente di islamismo, nonostante gli sforzi del governo e della società civile di mantenere la più ampia tolleranza religiosa e la pace". "Il Codice penale – precisa D’Rozario – scoraggia la blasfemia in una sezione che vieta di ‘ferire i sentimenti religiosi’. Altre leggi permettono al governo di confiscare o bandire le pubblicazioni di materiale blasfemo". I gruppi islamici in Bangladesh, sottolinea, "sono più organizzati e spesso strumentalizzati dai principali partiti politici per calcolo elettorale". Proprio oggi è giunta notizia della condanna a morte del leader islamico Muhammad Kamaruzzaman, vicepresidente del partito islamico d’opposizione Jamaat-e-Islam, accusato di torture, stupri e omicidi di massa durante la guerra di liberazione nel 1971. Questa condanna potrebbe riaccendere gli animi dopo gli scontri di domenica notte. Per comprendere meglio cosa sta accadendo in Bangladesh, Patrizia Caiffa ha intervistato, per il Sir, Lorenzo e Alexandra Guidi, una famiglia italiana che vive e lavora a Dhaka da due anni e mezzo, entrambi legati al mondo del volontariato cattolico.

Cosa è successo domenica notte a Dhaka?
"Domenica scorsa eravamo anche noi nel centro di Dhaka, quando abbiamo visto tantissimi uomini riunirsi per un sit-in. Molti erano armati con mazze e canne di bambù, indossavano il fez, il tipico cappello dei musulmani praticanti. Abbiamo saputo poi che, durante la notte, la manifestazione è sfociata nella violenza. Il governo ha mandato via la stampa, ha chiuso i giornali d’opposizione e ha inviato le forze speciali, migliaia di poliziotti armati di fucili automatici e granate. Nel giro di un paio d’ore è successo un massacro. Un collega mi ha mostrato foto raccapriccianti, diffuse da blogger indipendenti, di morti per strada, poliziotti che sparavano ad altezza d’uomo, colpendo anche i bambini che studiano nelle madrasse, le scuole islamiche. Le cifre che circolano tra la popolazione variano dai 400 ai 2mila morti, e non sono improbabili, visto che alla manifestazione c’erano centinaia di migliaia di persone. Dicono anche che i corpi sono stati fatti sparire in decine di camion cisterna. Sono voci non confermate dagli organi di stampa ufficiali. È difficile capire cosa sia successo veramente".

Quali spiegazioni vi state dando?
"Tutto ciò che sta accadendo in questi giorni è veramente molto strano. Episodi di violenza così forti non si vedevano dai tempi del golpe. Il Bangladesh non è mai stato un Paese fondamentalista, i bengalesi praticano un islam molto moderato. E non sono un popolo violento. È strano che stia succedendo proprio nell’anno in cui ci saranno le elezioni, a dicembre, come sono strane alcune presenze pakistane nelle madrasse. La sensazione, nella comunità internazionale che vive a Dhaka, è che il fondamentalismo sia stato fomentato dall’esterno. Che siano giochi politici tra due grandi nazioni, visto che anche gli americani hanno interessi enormi in zona".

I manifestanti islamisti invocano, tra l’altro, una legge contro la blasfemia. Se fosse accolta la richiesta, sarebbe un grosso problema per le minoranze religiose…
"Se passasse la legge sulla blasfemia, sarebbe veramente pesante per la comunità cristiana e per tutti noi. Il governo è assolutamente contrario. Però ripeto, fino a tre settimane fa, non si parlava di conflitto interreligioso. Questi argomenti non appartengono alla cultura bengalese".

Prima degli scontri violenti non è stata tentata una mediazione?
"So che le forze speciali hanno tentato di parlare ai capi dei manifestanti chiedendo di andare a casa, ma si sono rifiutati. Così i poliziotti hanno caricato. I toni, da entrambe le parti, sono molto accesi, da ultimatum. Noi stranieri non prendiamo posizione, ma ci rendiamo conto che si tratta di un assurdo faccia a faccia, di cui non comprendiamo le ragioni profonde. Siamo molto preoccupati per l’assenza di informazioni".

Quali indicazioni arrivano dalle ambasciate?
"Molte ambasciate hanno diffuso degli allerta ai loro connazionali. È pronto anche un piano di evacuazione per i bambini della scuola americana. L’Onu ha chiesto ai propri dipendenti di lavorare da casa. Ma nessuno finora è stato evacuato. Solo qualcuno, di propria iniziativa, ha mandato per sicurezza la famiglia a Bangkok. La nostra ambasciata continua invece a dire che la situazione non è pericolosa. Se è vero che la verità ci farà liberi, abbiamo bisogno di notizie certe, per assumerci le nostre responsabilità e decidere se correre rischi o partire. Secondo noi, la situazione è pericolosa e critica, siamo pronti a tutto. Il fatto che l’ambasciata italiana taccia è per noi deleterio".

Altri articoli in Archivio

Archivio

Informativa sulla Privacy