Quattro vie di dialogo

I protagonisti raccontano le specificità dell'incontro, soprattutto con i giovani musulmani. In Belgio (nella Rete), nelle periferie di Francia, sull'isola di Malta e in Bosnia ed Erzegovina. Forte è, dappertutto, l'impatto con la modernità

Nei quartieri popolari delle grandi metropoli francesi, sulle vie infinite di Internet, a fianco dei profughi del mare approdati nell’isola di Malta, dalla parte di chi dopo anni di guerra, cerca di ricostruire un futuro di convivenza come in Bosnia ed Erzegovina. Sono i colori e i volti del dialogo che le Chiese europee stanno intessendo con i musulmani nel nostro continente europeo. Un impegno che obbliga a porsi interrogativi sulla solidità della fede cristiana in Europa, che chiede di uscire da se stessi e di rispondere alle domande di verità, di solidarietà e di giustizia che emergono forti dalle società europee. Al cuore di questo diffuso impegno ci sono i giovani, cristiani e musulmani: con le loro domande, le loro solitudini, le difficoltà a costruirsi un futuro. Se ne è parlato a Londra dove dal 1 al 3 maggio, si sono dati appuntamento vescovi e delegati per le relazioni con i musulmani delle Conferenze episcopali europee. Ne abbiamo raccolto i racconti, Paese per Paese.

La sfida del web. Lavora all’istituto di ricerca sulle religioni dell’Università cattolica di Lovanio (Belgio), Brigitte Maréchal. Si dedica allo studio sulla popolazione musulmana in Belgio e su come viene percepita. Da anni organizza, in diverse città, forum di discussioni che lei stessa anima per capire "fino in fondo" che cosa le persone pensano del velo, dell’islam a scuola, del ruolo della donna. "Tutti hanno diritto di parola e tutti sono invitati a dare la propria opinione che non necessariamente deve essere quella per cui tutto va bene". Quando parla dei giovani, Maréchal si scalda: dice, per esempio, che per i giovani musulmani non è più la moschea il punto di riferimento, ma Internet con i predicatori presenti sulla rete, per cui – aggiunge – "la vera grande questione è la mancanza di educazione all’uso dei social network, ad una lettura critica ed interpretativa di quello che si trova nella rete". Emerge forte la domanda di formare una leadership nuova, composta da "imam-educatori" capaci di "educare i giovani musulmani non solo alla lingua araba o al Corano", ma di attrezzarli ad interpretare "l’Islam in rapporto al contesto europeo, democratico e plurale".

I quartieri popolari. La Francia, Paese che conta circa 4/5 milioni di musulmani. A parlarne è un grande esperto di Islam, padre Christophe Roucou, direttore dello Sri ma anche animatore di incontri di dialogo. Roucou parla dei quartieri popolari delle grandi e piccole città, dove tra disoccupazione, consumo di droga e marginalizzazione, succede anche che i cristiani si trovino in minoranza; che "i giovani cristiani avvertano il sentimento di una certa fragilità identitaria" e i giovani musulmani, "in assenza di adulti di riferimento con cui confrontarsi su come vivere da musulmani in Europa, abbiano la tentazione di andare a cercare questi riferimenti su Internet, dove si trova di tutto dai ‘tele-mufti’ alle ‘cyber-fatwas’". E poi c’è un fenomeno che comincia a preoccupare la Chiesa di Francia ed è quello delle conversioni, "la moltiplicazione dei casi – dice p. Roucou – di giovani cattolici che diventano musulmani". E ciò avviene soprattutto nei quartieri popolari. La sfida si gioca soprattutto qui, nelle periferie dove, come fu in passato per il mondo operaio, anche oggi torna forte la richiesta di "una presenza viva della Chiesa ed un annuncio rinnovato".

Accoglienza e preghiera. L’isola si trova in mezzo al Mediterraneo. "Gli sbarchi – racconta padre Joseph Ellul, domenicano e direttore della Commissione diocesana per il dialogo con l’Islam a Malta – dipendono dal tempo". Con l’arrivo dell’estate, comincia la stagione più delicata con flussi che "su una popolazione molto densa di 413mila abitanti, sono spesso insostenibili". La Chiesa è schierata in prima linea. Accoglienza e preghiera: questi i binari su cui a Malta corre il treno del dialogo. Dal 2010 ogni anno nella parrocchia di Balzan dedicata all’Annunciazione di Maria, il 25 marzo, cristiani e musulmani leggono brani tratti dal Vangelo e dal Corano su Maria. Lo scorso anno, l’arcivescovo Paolo Cremona ha organizzato, in tempo di Quaresima, una Via Crucis con partenza dal campo profughi: senza il crocifisso "in segno di rispetto per i musulmani", anche qui si sono letti brani del Vangelo e del Corano su Gesù profugo e su Abramo. "Un segno per dire che la Chiesa si immedesima con la situazione dei migranti, fuggiti alla guerra e alla povertà, con la precarietà di chi per costruirsi un futuro ha lasciato tutto".

Il corso nuovo della storia. "Gli accordi di Dayton hanno fatto cessare il fuoco ma non hanno prodotto una pace giusta". Stringe gli occhi mons. Mato Zovkic quando dice questa frase, perché questa situazione – spiega – "ha lasciato dentro molta rabbia". La storia della Bosnia-Erzegovina racconta fino a dove può arrivare l’odio umano quando "le etnie entrano in guerra per conquistarsi pezzi di un territorio". Oggi la lezione ha lasciato un segno nella società e le religioni ne sono diventate le custodi più operose. Nasce nel 1997 il Consiglio Interreligioso al quale partecipano i capi delle 4 comunità religiose del Paese (musulmana, ortodossa, cattolica ed ebraica). E poi scambi di visite nelle moschee, in cattedrale e in sinagoga e stretta collaborazione tra gli insegnanti delle religioni a scuola "perché il dialogo e l’insegnamento della tolleranza si pratica dandone l’esempio".

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