Futuro, istruzione, genere

Europe Infos di aprile: tre temi in primo piano

Il numero di “Europe Infos” si apre con il primo editoriale del neo-segretario generale della Commissione degli episcopati dell’Ue (Comece), p. Patrick Daly, “Leggere la storia” (Sir Europa 26/2013), per poi dedicarsi ancora ai temi della libertà religiosa, della primavera araba, della solidarietà con l’Africa. In ambito di bioetica invece sono le nanotecnologie e la teoria del genere a convogliare le riflessioni, che però toccano anche il futuro dell’Ue e l’istruzione.

Affrontare un futuro imprevedibile. “Il 2030 non è tanto lontano: un bambino nato oggi, in quell’anno sarà ancora studente”. Lo spiega Frank Turner, del Jesuit European Social Centre, precisando che è per questo che hanno motivo di essere prese in seria considerazione le previsioni a medio termine che l’Ue sta imbastendo sulle sfide e tendenze dell’Europa verso il 2030, come è avvenuto con l’iniziativa inter-istituzionale Espas (Conferenza sul sistema di strategia europea e di analisi politica) che si è svolta a Bruxelles il 18-19 febbraio scorsi. Sono emersi cinque filoni su scala globale e cinque sfide europee: l’emergere di una classe media globale; lo strutturarsi di un mondo multipolare con meno “superstati”; il passaggio dall’egemonia di stati nazione a una rete policentrica di luoghi di influenza; l’emergere di nuovi poveri; la spinta verso la global governance. Ogni filone porta con sé una controtendenza. Per esempio: la crescita tecnologica nel settore informatico e dell’informazione, porta libero accesso, ma crea il rischio che il controllo di informazioni strategiche diventi possibilità di controllo tout court e quindi minaccia di cyberguerre. Sul fronte delle sfide all’Europa, ci si domanda “come in un mondo sempre più competitivo assicurare prosperità sufficiente per sostenere un modello sociale; come allargare la partecipazione democratica; come gestire l’invecchiamento della popolazione; come promuovere la giustizia; come offrire sicurezza rispetto alla violenza civile e al terrorismo internazionale”. Turner sottolinea però alcune “sorprendenti omissioni”, come per esempio le questioni ambientali o i temi del nucleare. E più in generale rileva che poco considerato sia l’arricchimento che la “moralità” o la “spiritualità” possono dare alla capacità condivisa di affrontare compiti immensi come la pace, la giustizia e lo sviluppo umano; “ancora meno è considerato il ruolo del pensiero religioso sul nostro futuro”.

Ripensare l’istruzione. “Il sistema scolastico deve affrontare il compito di adeguarsi non solo al contesto globale e plurale, ma deve saper anche dare competitività e capacità lavorative, riducendo lo scollamento tra le richieste del settore private e le offerte della scuola”, scrive Mattia Tosato, segretario esecutivo dell’Associazione internazionale Don Bosco. Una delle cose più difficili da insegnare è la capacità di cambiare con la stessa velocità con cui cambiano i processi produttivi. Come affrontare la “terza rivoluzione industriale”, come l’economista americano Jeremy Rifkin la definisce, con un sistema scolastico basato sulla seconda rivoluzione industriale? La Commissione europea ha dato qualche indicazione strategica in questo senso, con una Comunicazione nel novembre del 2012, indentificando sei abilità necessarie (capacità critica, creatività, spirito d’iniziativa e d’innovazione, capacità nel problem-solving e nel lavoro di gruppo, conoscenza delle lingue e dei sistemi informatici) e suggerendo alcune priorità, in particolare la formazione professionale e l’apprendistato. Tuttavia se la Commissione vede in questo approccio una delle strade per risolvere la disoccupazione giovanile crescente, per affrontare la crisi e le nuove realtà economiche e produttive, non bisogna sacrificare “la visione umanistica dell’istruzione” a vantaggio della “mera prospettiva utilitaristica”. Sottolinea Tosato che “offrire le capacità adeguate per il contesto economico è complementare e interdipendente con il formare le persone ai diritti umani e ai loro doveri verso le comunità”.

Nasciamo donna o lo diventiamo? Prendendo spunto da due testi recenti della produzione legislativa europea José Ramos-Ascensão, segretariato Comece, mostra come sia diventato di uso comune il termine “genere”, mentre il trattato di Lisbona o la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue non conoscevano il termine, riferendosi esclusivamente a “sesso” o “uomini e donne”. Ramos-Ascensão dichiara come “ideologico” e “ambiguo” l’utilizzo del termine “genere” o “orientamento sessuale”, sfruttato di proposito dai gruppi radicali in difesa dei diritti dei Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali). “Diventa necessario chiarire la corretta interpretazione del principio dell’uguaglianza e che cosa sia discriminatorio o meno”, pena il rischio di etichettare come “omofobia” la libertà di pensiero e di espressione in qualsiasi argomento riguardi questo ambito. Per questo, il gruppo di bioetica della Comece ha avviato una riflessione che sfocerà nella preparazione di un testo su queste tematiche.

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