Leggere la storia

Europa: un futuro costruito sulla memoria

“La storia” è una “fandonia”, secondo l’opinione di Henry Ford la cui invenzione del modello T mirava essa stessa a cambiare il corso della storia.
Jacques Delors, insigne architetto di quell’Europa a noi oggi nota, aveva esplicitamente affermato di dissociarsi da questo aforisma sprezzante e grossolano.
Nella primavera del 1992, appena designato Presidente della Commissione europea, Jacques Delors, incontrò i vescovi della Comece all’ultimo piano del palazzo Berlaymont. In quell’occasione egli raccontò loro come si era preparato al suo incarico alla guida dell’Unione europea: aveva dedicato l’estate del 1991 a leggere un migliaio di pagine di storia europea. Nulla, affermò, avrebbe potuto prepararlo meglio per il suo incarico.
In questo anno dei cittadini, il Parlamento europeo si sta impegnando a ricordare a tutti coloro che attraversano la piazza che conduce all’entrata principale dell’edificio del Parlamento, che il progetto europeo ha una sua storia. Eventi chiave e momenti cruciali nei passati settant’anni della vita dell’Europa l’hanno resa ciò che essa è oggi e ne hanno definito il profilo.
Trentasei enormi striscioni con foto drammatiche, molte delle quali hanno acquisito un valore emblematico, ci portano dai cancelli di ferro battuto di Auschwitz attraverso la cerimonia della firma del Trattato di Roma, la rivoluzione dei garofani, la caduta del muro di Berlino, la visita della regina Elisabetta II in Irlanda e la cerimonia per il conferimento del premio Nobel per la Pace 2012 a Oslo. Il visitatore vede dei richiami a momenti epocali, pietre miliari, punti di svolta di cui, giustamente, i cittadini europei oggi sono fieri.
C’è sempre un filtro ideologico al lavoro quando si danno valutazioni su eventi storici. Si può sostenere che il Parlamento abbia omesso il momento più significativo dei 68 anni intercorsi tra il 1945 e il 2013: l’elezione di Papa Giovanni Paolo II nel 1979. Mentre diamo il benvenuto a Papa Francesco, restiamo ad osservare con attenzione come egli si inserirà nella ricerca avviata di una identità europea.
In molta parte dell’Europa, la storia non è più una materia obbligatoria di studio nelle scuole. Accanto alla corsa verso le scienze e la tecnologia, ci sono segni allarmanti che indicano che i giovani hanno meno interesse nello studio del nostro passato. La popolarità di canali satellitari dedicati alla storia e alle scoperte e il perdurante fascino dei film in costume d’epoca (con un potere d’attrazione particolarmente persistente dei Tudor e dei Borgia) indicano che molte persone della generazione più avanzata sono ancora interessate alle vicende dei tempi passati. Tuttavia, questo declino del senso della nostra storia è inquietante.
Mentre ci prepariamo per le elezioni del Parlamento europeo del giugno 2014 e riflettiamo sull’Europa e sulla nostra capacità di ridefinirla in una congiuntura storica molto critica, non possiamo portare avanti il progetto se non impariamo ad apprezzare da dove veniamo e, come ci ricordano gli striscioni davanti al Parlamento, quanto è stato raggiunto.
Jacques Delors non spiegò nel dettaglio come quelle sue mille pagine lo avessero divertito o arricchito. Neppure condivise quali insegnamenti in particolare quelle letture gli avessero trasmesso. Ma, forse, il suo appello nel 1992 ai vescovi della Comece ad offrire “un’anima” alla nuova Europa che stava crescendo potrebbe essere stato un velato tributo per affermare quanto la ricerca dei valori spirituali contribuisca all’identità europea. Dal 1992 molta storia è stata fatta e Jacques Delors ha certamente dato il suo contributo. È difficile liquidare le sue letture di quell’estate, considerandole una perdita di tempo.

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