Una questione di libertà

Le donne tunisine hanno voluto affermare l'identità religiosa repressa e marcare un'appartenenza. Per i laici è un ritorno al medioevo, con forti timori di una deriva di stampo iraniano. I partiti che si ispirano all'islam cercano invece di mediare. Si attende la Costituzione. Il risveglio identitario delle donne è comunque il segno del loro protagonismo

In Arabia Saudita le donne potranno andare in bicicletta e moto nei parchi pubblici. Ma solo per divertimento, indossando l’abaya (l’abito che lascia scoperti occhi e mani) e accompagnate da un parente maschio. Non è una notizia curiosa a cui guardare con superiorità intellettuale, ma una conquista che fa parte di una lunga e sotterranea battaglia condotta dalle donne saudite per emanciparsi, in un Paese che segue una delle interpretazioni più conservatrici dell’islam.
In un’altra terra araba, in Tunisia, dove si è svolto la settimana scorsa il Forum sociale mondiale che ha riunito i movimenti delle società civile di tutto il mondo per reclamare dignità e diritti, sta succedendo invece qualcosa che può essere interpretato in maniera opposta, ma che ha motivazioni molto più profonde e complesse.
Durante il lungo regime di Ben Ali, durato 23 anni, era stato avviato un processo di modernizzazione della Tunisia, che aveva portato anche al divieto dell’uso del velo islamico in alcune circostanze. "Le donne che partorivano erano obbligate a toglierlo, altre venivano incarcerate o torturate", ci ha raccontato la tunisina Imen Ben Mohamed, giovane deputata del partito di ispirazione islamica Ennahdha.
Chi andava allora in vacanza in Tunisia, difficilmente incontrava in città donne con l’hijab, il foulard che copre i capelli e il collo della donna. Solo le più anziane, nei piccoli centri o nelle zone più isolate, lo indossavano. Perfino sei mesi dopo la caduta di Ben Ali e la rivoluzione dei gelsomini del 14 gennaio 2011, le ragazze con il velo erano ancora poche.
Stavolta, invece, il colpo d’occhio è stato forte e immediato. A Tunisi c’erano migliaia e migliaia di hijab colorati, abbinati con cura e portati con grazia e fierezza. Il motivo è molto semplice e, per certi versi, comprensibile: recuperata la libertà, le donne tunisine hanno voluto affermare l’identità religiosa repressa. Le donne, con questo segno, hanno marcato un’appartenenza.
Ovvio che i dibattiti nell’opinione pubblica non sono mancati, con posizione assolutamente contrastanti. Per i laici è un ritorno al medioevo, con forti timori di una deriva di stampo iraniano. I partiti che si ispirano all’islam cercano invece di mediare e di trovare una terza via. "L’oppressione – ha confermato la parlamentare tunisina – ha fatto nascere, dopo la rivoluzione, l’estremo opposto. Alcune persone sono diventate un po’ estremiste, magari seguendo correnti e influssi dall’estero. Bisogna far capire loro qual è l’islam che vogliamo, a partire dalla nostra cultura e realtà tunisina".
Ci sono stati, infatti, episodi di cronaca di natura opposta, che hanno inasprito i toni del dibattito: da un lato il caso di Amina, l’attivista tunisina delle Femen che ha postato una sua foto a seno nudo su Facebook. Dopo l’inevitabile fatwa di un predicatore islamico, da giorni non si sa più che fine abbia fatto. Sulla home page del gruppo femminista piovono minacce e insulti di chiaro stampo sessista. Dall’altro, ha suscitato polemiche anche l’episodio del preside di lettere dell’Università La Manouba, accusato di aver aggredito studenti entrati nel suo ufficio dopo che si era opposto alla presenza in aula di ragazze con il niqab, il velo che copre il volto integralmente, lasciando scoperti solo gli occhi.
Al Forum sociale tre di queste ragazze, niqab nero e mani inguantate, distribuivano volantini chiedendo di poter frequentare l’università vestite come vogliono. Da più di un mese hanno organizzato un sit in, raccogliendo mille firme, per protestare contro le autorità universitarie che vietano di indossare il niqab durante le lezioni, soprattutto agli esami. Così spiegano le loro ragioni: "Non pretendiamo che tutte le donne facciano come noi, ma vogliamo avere la libertà di scegliere".
Difficile capire dove si collochi il confine tra libertà di scelta, condizionamento familiare e culturale, rispetto dei diritti della donna. Dipende ovviamente dal punto di vista, da dove si guarda. Secondo la giovane parlamentare di Ennahdha bisogna rispettare la volontà personale. Se invece si è obbligati da padri o mariti allora è sbagliato e va denunciato.
Per una società laica i diritti umani e il rispetto delle normative, Costituzione in primo luogo, vengono prima di ogni altra cosa. In Tunisia la Costituzione è ancora in bozze: il processo, se tutto va bene, dovrebbe concludersi per il mese di luglio, altrimenti la Carta dovrà essere approvata da un referendum. Al momento non pare ci siano riferimenti diretti alla questione femminile.
Ma c’è un’altra immagine ricorrente, di questi giorni tunisini: tanti e tanti uomini, di tutte le età, seduti a oziare nei caffè dell’Avenue Bourghiba, soprattutto nelle ore serali. Disoccupazione o vecchia consuetudine di vivere in mondi separati? Per strada, uomini con uomini, donne con donne o al massimo un uomo e una donna fidanzati o sposati. Poche le ragazze sole.
Nelle assemblee delle donne i dibattiti su questi temi erano animatissimi, con tante donne laiche che lamentavano una regressione nei diritti e più paura di molestie per strada. A loro dire il modello patriarcale è ancora fortemente dominante. Le associazioni femminili tunisine sono molto attive e impegnate sul piano culturale e sociale, visto che in Tunisia l’educazione dei figli è delegata a loro. Sono le più istruite (il 60% dei laureati sono donne), e sono molto più avanti come coscienza sociale e senso pratico. Spetterà a loro, in prima persona, trovare delle soluzioni per emanciparsi e saper coniugare il rispetto dell’identità religiosa, della libertà della persona e i diritti inviolabili.

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