I due movimenti

Alla spinta centripeta corrisponde quella centrifuga. Papa Francesco invita ad uscire da se stessi per andare incontro agli altri; dalla sede di Pietro accoglie coloro che sono venuti ver vederlo ed ascoltarlo, ma non li trattiene: li invia in missione

In queste ultime settimane moltissimi pellegrini si sono recati a Roma per vedere il successore di Pietro. Da sempre la cristianità considera la città dei beati apostoli Pietro e Paolo come la meta e il centro cui convergere sia spiritualmente che fisicamente. Roma, in quanto sede del vicario di Cristo esercita un’attrazione forte. Eppure non trattiene, ma rimanda nel mondo, specialmente nelle periferie. Così al movimento centripeto ne corrisponde un altro centrifugo.
Questo è stato particolarmente presente nelle parole di Papa Francesco, che in più di un’occasione ha indicato come il cristiano che segue Gesù deve imparare a uscire da se stesso "per andare incontro agli altri, per andare verso le periferie dell’esistenza" (Udienza generale, 27/03/13). Il Papa ha invitato a muoversi per primi per andare verso quei fratelli e quelle sorelle, che sono dimenticati e hanno bisogno di comprensione, di consolazione, di aiuto. "C’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore".
L’andare verso le periferie dell’esistenza, in fondo, rientra nella logica di Dio, che in questi giorni si è rivelata massimamente nella Croce. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portare a tutti la sua misericordia, che salva e dona salvezza. Si tratta, innanzitutto, di un esercizio spirituale perché comporta di uscire da un modo di vivere la fede stanco ed abitudinario, di un aprirsi alla inaspettata novità di Dio. Rinunciare ai propri schemi, che spesso finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio.
Bisogna riconoscerlo: "La novità spesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede (Omelia, 30/03/13)". Nella solenne veglia pasquale Papa Francesco ha detto che noi uomini abbiamo paura delle sorprese di Dio. Per questo ha invitato: "Non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui". Per andare verso gli altri occorre, prima di tutto, aprire le porte del proprio cuore alla novità di Dio che si è rivelata nel suo Figlio, venuto nel mondo per incontrare e salvare gli uomini. La fede conduce ad aprirsi alla carità di Dio, che ha preso l’iniziativa sino ad offrire se stesso nel dono del Figlio unigenito.
Accogliere la carità divina nella fede conduce, poi, a vivere nel medesimo amore, sempre dinamico. L’incontro con Dio trasforma e conduce a diventare uomini nuovi nel mistero della grazia; suscita nell’animo la gioia cristiana, che è il centuplo donato da Cristo a chi lo accoglie nella propria esistenza. Sì, la gioia: si può e si deve! "Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento! La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi".
Papa Francesco invita ad uscire da se stessi per andare incontro agli altri; dalla sede di Pietro accoglie coloro che sono venuti ver vederlo ed ascoltarlo, ma non li trattiene: li invia in missione. Ricorda loro che cosa è importante mettere nella bisaccia per affrontare il viaggio: fede, carità, gioia, grazia di Dio. Distingue quella periferia, in cui si trovano i sofferenti del nostro tempo, da quella periferia esistenziale, in cui lo stesso discepolo di Cristo deve stare attento a non finire. Ne ha parlato il Giovedì santo ai sacerdoti, quando ha detto che i discepoli di Cristo faticavano a riconoscere la forza dell’unzione che da Lui usciva e raggiungeva chi lo circondava: essi vedevano la folla che si stringeva intorno a Gesù in modo superficiale e non capivano la forza che promanava da Lui.
Erano chiusi nella loro periferia esistenziale ed erano lontani dal centro, che è Cristo. Anche oggi i discepoli del Maestro possono chiudersi in se stessi, in autoesperienze o introspezioni; come anche gli uomini, seppure ricchi di beni, possono cadere in una profonda povertà, che consiste nel considerare se stessi come misura della realtà. Quando si mette se stessi al posto di Cristo, si vive in una periferia pericolosa, perché si confida in se stessi e si minimizza il potere della grazia divina. Eppure la grazia è grande; cresce "nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il vangelo agli altri" (Omelia, 28/03/13).
L’uscita da se stessi, talvolta, si compie nel giungere in quelle periferie, cui aveva fatto riferimento Benedetto XVI parlando ai giovani: "Nelle periferie sembra difficile andare avanti, cambiare il mondo per il meglio. Tutto sembra concentrato nei grandi centri del potere economico e politico, le grandi burocrazie dominano e chi si trova nelle periferie realmente sembra essere escluso da questa vita" (Veglia 01/09/07). In queste periferie, che hanno diversi nomi, nuovi discepoli di Cristo si aggiungono a quelli che già da tempo vi operano.

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