”Ci parla al cuore”

Nel videomessaggio di Papa Francesco l'invito a ''lasciarsi guardare'', come senso profondo e vero dell'ostensione. L'arcivescovo Nosiglia parla di una sfida vinta, cioè riportare l'attenzione ''dai contenitori al contenuto''. Servirsi cioè delle tecnologie di comunicazione più moderne, per proporre una provocazione che va oltre gli schermi e ''buca''

La voce di Francesco cade dall’alto, come una pioggia pacata, sulla gente del Duomo: giovani, malati, volontari, coro. Anche questo videomessaggio porta stupore, come quasi tutti i gesti e le parole del nuovo Papa. Stupore per la semplicità e l’intensità delle parole, per la forza dei gesti semplici, come quella mano sul petto quando il Papa dice che l’immagine della Sindone "ci parla al cuore".
Il Papa aveva risposto subito positivamente alla richiesta del Custode della Sindone monsignor Nosiglia: mercoledì scorso l’arcivescovo di Torino ha ricevuto il testo, due cartelle fitte. Nell’ostensione televisiva di questo pomeriggio è andato in onda il videomessaggio: medesimo testo, ma con il volto di Francesco, le sue mani e le sue espressioni che accompagnavano le parole. È in questo "lasciarsi guardare" il senso profondo e vero dell’ostensione: il Papa chiede di contemplare il volto del Cristo morto così come la Sindone lo testimonia; ma chiede poi di compiere un passo fondamentale nella via della fede. "Lasciarsi guardare" significa accettare l’irruzione del mistero di Dio nella nostra vita; significa fare proprie le parole del Salmo, "Signore tu mi scruti e mi conosci" (Ps 139, 1). Ma, ancor più nel profondo, il lasciarsi guardare richiama lo sguardo che Gesù lancia sul giovane ricco ("fissatolo, lo amò", Mc 10, 20). Uno sguardo che è nel motto stesso di Papa Francesco.
Intorno al messaggio del Papa ha ruotato anche la riflessione del Custode della Sindone, l’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, che ha richiamato le parole di Francesco applicandole all’immagine del Telo sindonico: "Come ci ricorda Papa Francesco nel suo messaggio,il nostro non è stato un semplice osservare, ma un venerare, uno sguardo di fede, un lasciarci guardare. Sì, perché la Sindone richiama il buio del sepolcro di Cristo, ma lascia anche intravvedere la luce della sua risurrezione, ci mostra le profonde sofferenze causate al Signore dalla sua passione e morte in croce, ma annuncia ad un tempo la vittoria della grazia sul peccato, del perdono sull’odio e la violenza, della speranza sulla disperazione. Il mistero più oscuro della fede che il Sabato Santo ci ricorda è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini".
La trasmissione realizzata da "A sua immagine" ha offerto una rappresentazione di alta qualità delle immagini sindoniche, inserite nel contesto di una liturgia che voleva invitare al silenzio e alla contemplazione ma anche alla condivisione di esperienze di sofferenza, testimonianze di dono e di amore; i canti, i brani poetici, i passi biblici scelti hanno fornito il giusto contesto non per uno "spettacolo" ma per una partecipazione liturgica, nel giorno del "Cristo morto" in cui non è possibile la celebrazione dell’eucaristia. E i 300 tra malati e accompagnatori presenti in Duomo sono stati non un "pubblico", ma i protagonisti veri: l’ultima parte della trasmissione ha visto infatti sfilare il lungo, lento corteo delle carrozzine e dei disabili di fronte al Telo, quasi a "condividere" il dolore del mondo.
L’ostensione televisiva straordinaria dal Duomo di Torino andata in onda nel pomeriggio di sabato, mentre si preparava in tutte le chiese del mondo la Veglia pasquale, ha riaperto il "discorso sulla Sindone" in termini ancora una volta nuovi e "sconvolgenti". Più che la verità "scientifica" sull’origine del Telo e le sue caratteristiche, l’attenzione della Chiesa e dei credenti si è spostato sul significa che questa icona della Passione ha assunto, poiché in essa finisce per raccogliersi il dolore del mondo intero, proprio quello che Gesù Cristo è venuto a redimere. L’arcivescovo Nosiglia ne ha parlato in termini semplici e convincenti: "Poter guardare quell’immagine, contemplarla a lungo, apre un percorso inaspettato, a ciascuno di noi. Più la guardi e più essa si ingrandisce e si chiarisce, nei tuoi occhi e ancor più nel tuo cuore".
Quell’immagine ha molto da dire, sempre di più, a chi è provato nella carne dal dolore, ma anche ai "sani" che conoscono altre strade di sofferenza. La Sindone è per definizione "povera": non è materia di fede, non ha una sua teologia, non rappresenta un riferimento obbligato per la tradizione… ma in più modi, proprio nel tempo della modernità, dell’indifferenza, quell’immagine è capace di attirare, dal suo silenzio, lo sguardo di tanti che di Chiesa, fede, Dio non vorrebbero sapere… In questo senso la sfida che l’arcivescovo di Torino ha lanciato con l’ostensione è stata sicuramente vinta: si trattava, come ha detto Nosiglia, di riportare l’attenzione "dai contenitori al contenuto": servirsi cioè delle tecnologie di comunicazione più moderne, raffinate ed efficaci, per tornare a proporre una provocazione che va oltre gli schermi e "buca" quelle domande sul senso della vita che ciascuno di noi si porta dentro per sempre.

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