Cresce l’autostima dei latinos

Intervista a Loris Zanatta, tra i massimi esperti in Italia della Chiesa argentina e sudamericana: ''L'intera Regione sta vivendo ormai da dieci, quindici anni una fase di profondo sviluppo economico, di inclusione sociale, di democratizzazione politica. Diventare attraverso il Papa il fulcro della cattolicità mondiale, non farà che aumentare la sensazione di crescita del proprio ruolo nel mondo''

Il primo argentino, il primo gesuita, il primo latinoamericano della storia. Un Papa dalla "fin del mundo", ad indicare non solo la collocazione geografica della sua patria, ma anche quella sociale di tutto il continente latinoamericano che conta il maggior numero di cattolici al mondo. Quali tratti assumerà il nuovo Pontificato? Quale ricaduta sul Nuovo continente? Michela Mosconi, per il Sir, lo ha chiesto a Loris Zanatta, docente di Storia dell’America Latina presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, uno dei massimi esperti italiani di Storia della Chiesa argentina che subito entra nel merito delle accuse sollevate sul passato del nuovo Papa nel tempo della dittatura: "è scorretto trasformare un ragionamento storico, una responsabilità storica in colpe individuali". Una campagna diffamatoria, come l’ha definita il portavoce vaticano padre Federico Lombardi che, a riguardo, ha citato anche una dichiarazione del premio Nobel per la pace, Adolfo Perez Esquivel, 82 anni, argentino, militante dei diritti umani, per il quale "non c’era compromissione del cardinale Bergoglio con la dittatura". Una affermazione, questa, ribadita con chiarezza dal Nobel anche in un’intervista esclusiva concessa al Sir (clicca qui).

Che impatto avrà questa elezione nel continente latinoamericano?
"Avrà delle conseguenze enormi nella geopolitica della cattolicità universale e anche negli equilibri tra le religioni. È come se il centro della cattolicità dopo tanti secoli si spostasse implicitamente nelle Americhe. L’America Latina diventa in qualche modo lo scrigno, per così dire, della cattolicità. Le conseguenze è difficile misurarle ora, si vedranno solo col passare del tempo. Sicuramente ciò che il Papa si propone di fare, tra le infinite altre cose, è di farsi forte del suo prestigio per combattere il processo di profonda secolarizzazione in corso in America Latina che è una regione in grandissima trasformazione e modernizzazione".

Che significato assume questa elezione per il continente sudamericano che oggi conta il maggior numero di cattolici al mondo? I temi sociali si imporranno nel pontificato di papa Bergoglio?
"La mia impressione è che l’elezione di questo Papa contribuirà ad aumentare in maniera straordinaria l’autostima, già in elevata crescita, dell’intera Regione. L’America Latina sta vivendo ormai da dieci, quindici anni una fase di profondo sviluppo economico, di inclusione sociale, di democratizzazione politica. Tutto ciò accresce il suo ruolo nel mondo. Ora, diventare attraverso il Papa, il fulcro della cattolicità mondiale ovviamente non farà che aumentare questa sensazione di autostima e di crescita del proprio ruolo nel mondo. Per quello che riguarda la dimensione sociale la presenza del Papa, soprattutto di questo Papa che della questione sociale ha sempre fatto uno degli elementi centrali del suo apostolato, sarà un ulteriore impulso affinché la crescita economica che, in America Latina si sta producendo, assuma sempre di più contorni sociali specialmente nel campo di una maggior distribuzione della ricchezza".

Puntare sull’evangelizzazione del continente latinoamericano attraverso anche questa elezione, può rappresentare una scommessa per una Chiesa che in Europa appare un po’ in difficoltà?
"Senz’altro. C’è chi sostiene che la scelta di un Papa latinoamericano corrisponda al tentativo di arginare la secolarizzazione in un’area del mondo in cui la Chiesa è particolarmente forte. C’è invece chi sostiene, ma le due cose non sono necessariamente in contraddizione, che la scelta di un Pontefice latinoamericano sia stata in certa misura difensiva. Come se la Chiesa, in difficoltà soprattutto nel continente europeo, cercasse in America Latina, e quindi nell’unico continente in cui rimane maggioritaria, una nuova gioventù, una rigenerazione. Sicuramente scegliere questo continente per la Chiesa rappresenta una scommessa forte, indice di un’istituzione che sa leggere con lucidità la realtà contemporanea".

La Chiesa latinoamericana si è informata della Teologia della Liberazione che si rifaceva al marxismo e in cui Bergoglio non si è mai riconosciuto. In Argentina questa ha preso la forma peculiare di teologia del Pueblo che non utilizza né la metodologia né le categorie marxiste e per questo viene vista positivamente da Roma. Potrebbe essere nella ‘Teologia del pueblo’ la svolta in senso progressista della Chiesa?
"Da studioso laico della Chiesa fatico ad assegnare questo genere di definizioni alle varie correnti sia in termini di progressismo che di conservatorismo. Penso che Bergoglio sia per certi aspetti rappresentante della storia del cattolicesimo latinoamericano. Una personalità, cioè, che sui principali temi dottrinali sia assolutamente tradizionalista. Al tempo stesso, nel cattolicesimo latinoamericano, il pastore, il teologo così fermo nella difesa dei suoi principi, suole essere spesso molto più aperto in termini sociali, per la semplice ragione che in America Latina c’è una storia di cattolicità che ha sempre avuto l’ambizione di fungere da fattore di integrazione sociale e di identità. Si tratta di un retaggio aggiornato dell’idea in base alla quale la Chiesa sia il vero collante sociale dell’America Latina, di una regione che è profondamente lacerata da divisioni sociali ed etniche. Lì sta l’origine di questa caratteristica che, ripeto, non è di Bergoglio in sé ma del cattolicesimo latinoamericano".

Alla luce di questa elezione, è realistico attendersi da questo Papa l’indizione di un nuovo Concilio, come auspicato da un altro gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini?
"È una idea che nelle fila della Chiesa ritorna spesso. Molti esperti di storia, su svariati temi che il Concilio Vaticano II ha aperto, ritengono che ci sia bisogno di tornare a riaprire un dibattito all’interno della Chiesa cattolica. Il tema della collegialità episcopale proclamato dal Concilio Vaticano II, per esempio, è stato solo in parte realizzato. Papa Bergoglio ha già dimostrato una forte sensibilità in questo senso. Un altro grande tema che credo abbia bisogno di ulteriori passi è quello dell’ecumenismo. In un mondo sempre più globalizzato in cui la Chiesa cattolica è in minoranza, e dove emergono nuove potenze come la Cina, l’India l’Africa, il tema del dialogo con le altre confessioni religiose è assolutamente centrale. Penso che su questi temi ci sia bisogno di ritornare, ora che sia attraverso un nuovo Concilio questo è da vedere".

Cosa pensa delle accuse lanciate al nuovo Papa sulla vicinanza alla dittatura di Videla?
"Distinguerei due cose che in questa polemica vengono confuse ingiustamente. Una cosa è la responsabilità storica della Chiesa argentina che è innegabile. E cioè quella di avere a lungo, nel corso del XX secolo, coltivato l’ambizione di esercitare una sorta di monopolio e di tutela sull’identità nazionale argentina. In nome di ciò ha fatto di tutto per rimanere avvinghiata allo Stato e dentro lo Stato, in particolare alle Forze Armate come canale della cristianizzazione del paese. Questo ha determinato che si creasse una Chiesa poco sensibile alla necessità della propria indipendenza e della propria autonomia e, viceversa, estremamente legata ai poteri dello Stato. Per cui quando l’Argentina precipitò nella dittatura militare, una buona parte della Chiesa trovò del tutto naturale sostenere le Forze Armate in quello che esse presentavano come l’ennesimo intervento a difesa della cattolicità della Nazione".

Per ciò che riguarda, nello specifico, le accuse rivolte a papa Francesco?
"Diverso invece, e questa è un’operazione scorretta, trasformare un ragionamento storico, una responsabilità storica in colpe individuali. Tra l’altro Bergoglio negli anni della dittatura era Provinciale dei Gesuiti, non era ai vertici della gerarchia ecclesiastica e nulla di concreto e di serio lascia pensare che abbia avuto delle compromissioni specifiche. Il caso che gli si imputa è quello dei due sacerdoti della Compagnia di Gesù che lui avrebbe, secondo i suoi accusatori, consegnato alle autorità militari che li fecero sparire. Esistono diverse testimonianze che vanno piuttosto nel senso di indicare il suo impegno per cercarne la liberazione. Da parte mia posso dire di aver visto i documenti dell’archivio dell’Ambasciata argentina presso la Santa Sede: non ci sono tracce di Bergoglio ma ci sono tracce molto evidenti delle grandissime e anche perentorie pressioni fatte dalla Compagnia di Gesù sul Governo argentino per la liberazione di due sacerdoti. Le responsabilità individuali vanno collocate in un contesto e soprattutto vanno dimostrate e devono essere concretizzate. Invece qui mi sembra ci sia molto fumo, e la volontà molto precisa di coinvolgere il Papa in questo passato in cui sono ben pochi a volersi dire del tutto innocenti, men che meno i suoi accusatori".

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