Fuori dal carcere

Un protocollo per l'inserimento sociale e lavorativo dei detenuti

Si chiama “Acero” (fusione delle parole “accoglienza” e “lavoro”) il protocollo, siglato da Regione, Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria per l’Emilia Romagna (Prap) e Tribunale di sorveglianza di Bologna, che prevede l’inserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Tre le associazioni coinvolte: “L’Ovile” a Reggio Emilia, la “Casa madre del perdono” a Rimini e “Viale K” a Ferrara. Anziché scontare la pena in carcere, 45 persone ogni anno potranno essere ospitate in comunità e case d’accoglienza, in grado di garantire un accompagnamento al reinserimento sociale, con circa 90 percorsi d’inserimento lavorativo per persone in esecuzione penale esterna e ai domiciliari, con un costo biennale di 911 mila euro circa che copre le rette giornaliere. L’obiettivo è rafforzare competenze e abilità per l’acquisizione e il consolidamento del livello di autonomia di persone condannate ammesse a misure alternative alla detenzione, in modo da ridurre o contenere il rischio della recidiva. La Casa madre del perdono. “È con soddisfazione che mi permetto di sottolineare che il progetto ‘Acero’ è stato ispirato alla Casa madre del perdono di Rimini, che assume il ruolo di prototipo”, dice Giorgio Pieri, dell’Associazione Papa Giovanni XXIII. “Come comunità è dal 1999 che c’impegniamo nell’accoglienza di detenuti comuni non tossicodipendenti. A Rimini – spiega Pieri – sono ospitati una sessantina di detenuti in diverse realtà: la Casa madre del perdono (aperta nel 2004), la Casa madre della riconciliazione, una casa famiglia, tre centri di lavoro diurni, le cooperative ‘La fraternità’ e ‘Cieli e terra nuova’, la casa ‘Il germoglio’. Don Nevio, il cappellano del carcere, a Sant’Aquilina abita con alcuni detenuti”. L’obiettivo della “casa” è quello di educare “cioè ‘tirare fuori’ il meglio, la parte positiva che ogni individuo racchiude in sé”. Il percorso formativo dei detenuti si fonda su tre aspetti fondamentali secondo Pieri: “Un percorso educativo specifico, che ha lo scopo di rimuovere le cause della delinquenza ed è fondato sulla formazione umana e religiosa; la formazione religiosa, intesa come valore aggiunto, senza la quale non è possibile completare il percorso, che comporta diversi momenti di preghiera; un grande arricchimento dato dalla presenza di volontari esterni alla comunità, veri apostoli della carità”. I detenuti che scelgono di partecipare a questo percorso (entro i primi due mesi possono decidere se continuare o tornare in carcere) “sono persone che hanno grossi problemi, i più poveri tra i poveri – continua Pieri -, ma tale realtà ha dimostrato negli anni che se la recidiva per i detenuti rilasciati dal carcere è del 75-80%, si abbassa al 10% per quelli che escono dalla Casa madre del perdono. Inoltre, chi esce dalle nostre case ha già alle spalle esperienze lavorative e corsi di formazione da poter spendere nella società. Sarebbe bello che una realtà come questa fosse affiancata a ogni carcere”. “Tutto sommato – evidenzia Pieri -, anche se la procedura per decidere chi può partecipare a questi percorsi è diventata più complicata e restrittiva, dal punto di vista storico è un grande passo avanti per la nostra Regione perché si apre all’esterno, all’opera delle associazioni del territorio”. Buona politica. Il progetto “Acero” è “un esempio di buona politica, che ci permetterà di ampliare l’accoglienza nei percorsi con persone sottoposte a misure penali, con progetti specifici e articolati sia sul piano operativo sia su quello culturale”, afferma Daniele Marchi, responsabile area giustizia della cooperativa di solidarietà sociale L’Ovile di Reggio Emilia, che propone percorsi riabilitativi a persone in stato di bisogno o disagio attraverso l’accoglienza e l’inserimento lavorativo. “Con questo tipo di finanziamento – precisa – potremo aggiungere un terzo appartamento da sei-sette posti, aumentando la possibilità di accoglienza degli ospiti detenuti”. Nel 2006, per rispondere al bisogno di un luogo per la fruizione delle misure alternative alla detenzione, L’Ovile ha avviato il progetto “Casa don Dino Torreggiani”; una casa pensata per tutte quelle persone che, pur essendo nei termini di legge e in un percorso di revisione delle proprie condotte, non hanno il contesto socio-relazionale per ottenere la concessione della misura (in particolare gli stranieri, che di solito sono il 60%). “L’obiettivo è rendere più praticabile la funzione rieducativa della pena e favorire il recupero e il reinserimento in società dei detenuti, nella consapevolezza che questo, in virtù del minor tasso di recidiva tra i fruitori di misure alternative, produce effetti positivi anche nella riduzione dell’allarme sociale connesso ai temi della sicurezza e della criminalità. La speranza però – conclude Marchi – è che questo progetto non si limiti a un orizzonte breve di due anni, ma possa diventare un elemento strutturale del sistema per poter dare continuità a questi progetti di qualità sociale”.a cura di Lucia Truzzi(09 marzo 2013)

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