Smarrita la linfa cristiana

Chenaux: ''Fuori strada i cattolici che ripiegano su posizioni populiste''

"È fondamentale che i cristiani si impegnino per la costruzione europea, facendo emergere una coscienza condivisa, basata su valori comuni. Si tratta di recuperare le radici dell’Europa, che sono anche cristiane, rimettendole in gioco nel contesto attuale". Philippe Chenaux, svizzero, docente alla Pontificia università lateranense, storico della Chiesa e del movimento cattolico, riflette per Sir Europa sull’attuale crisi dell’Ue: ne segnala gli aspetti critici, ma al contempo parla di un’Europa necessaria, che "i Papi, da Pio XII a Benedetto XVI, hanno sostenuto e per la quale molti politici cattolici si sono spesi con determinazione".

Professore, l’integrazione europea è in una fase di difficoltà. La crisi economica ha portato alla luce divisioni tra gli Stati membri Ue. In quale direzione occorrerebbe rivolgere lo sguardo per trovare risposte all’altezza della situazione?
"Certamente siamo nel mezzo di una crisi economica profonda, che sta cambiando la vita di tante persone e che ha riflessi sugli Stati e sull’Unione europea. Anche in questo quadro credo che la storia abbia qualcosa da insegnare, soprattutto se si torna alle fasi originarie dell’integrazione, cioè al secondo dopoguerra. Allora si trattava di riconciliare popoli e Stati, di permettere la convivenza pacifica e la ricostruzione morale e materiale del continente. C’erano motivazioni non solo economiche per dar vita alla Comunità europea e alcuni statisti cattolici, i cosiddetti ‘padri fondatori’, vi si impegnarono a fondo e con successo. Pace e convivenza sono obiettivi raggiunti e l’assegnazione, lo scorso dicembre, del premio Nobel per la pace all’Ue ne è la conferma, arrivata al momento giusto".

In che senso?
"Intendo dire che il Nobel sottolinea gli intenti delle origini e che la pace ha accompagnato, fino ad oggi, sessant’anni di storia. Così la storia porta un messaggio per l’attualità. Occorre semmai riscoprire le radici e rilanciare tale progetto, con proposte nuove in un contesto mutato".

Ma la crisi del debito sovrano ha messo in ombra uno dei pilastri dell’integrazione: la solidarietà. Alcuni governi nazionali, sospinti dall’opinione pubblica, sembrano allontanarsi dall’idea di un’Europa che cammina di pari passo e che tende la mano a quei Paesi maggiormente segnati dalla recessione…
"Sì, è vero, in questa fase c’è il rischio di dimenticare la solidarietà. La crisi porta ad anteporre gli interessi nazionali. E proprio adesso, invece, sembra più necessario procedere insieme, anche in relazione agli scenari mondiali. Sono convinto che si sia smarrita la linfa cristiana della costruzione europea, la quale indicava il principio di solidarietà. Il venir meno di alcuni grandi partiti cattolici nei vari Paesi comunitari può aver indebolito questo elemento. Pesano inoltre il diffondersi della secolarizzazione, del consumismo, delle diverse forme di individualismo che poi può degenerare negli egoismi nazionalisti. E forse ci sono altre ragioni da esplorare".

Quali ragioni?
"Ad esempio bisognerebbe interrogarsi su come siano stati realizzati i diversi allargamenti della Comunità, fino al più recente verso l’est europeo. Probabilmente l’Ue non era pronta ad accogliere nuovi Paesi caratterizzati da forti ritardi economici. Sono state scelte importanti, certo, ma hanno contribuito a indebolire l’Ue".

Cosa pensa dei populismi che si diffondono in Europa?
"È un problema reale, che deve far riflettere. I crescenti successi elettorali di partiti populisti preoccupa e rende più instabili i quadri politici dei singoli Stati. È un male diffuso del quale dobbiamo studiare le ragioni profonde. E forse si tratta di una reazione alla stessa crisi, al sentirsi minacciati nelle proprie certezze. Può in qualche modo essere un sentimento di rivalsa rispetto una politica lontana dalla gente. E questo vale anche per l’Europa, intesa in senso tecnocratico".

Quale ruolo possono svolgere la Chiesa e i cristiani per la "casa comune europea"?
"Il progetto comunitario è fondamentalmente cristiano e il magistero pontificio lo ha sempre sostenuto, pur indicandone ritardi ed elementi poco convincenti. Allo stesso modo tanti laici cristiani vi hanno portato sul piano politico il loro significativo contributo. Ebbene, si tratta di rimanere fedeli a questa linea. La Chiesa deve formare coscienze credenti aperte alla riconciliazione, alla solidarietà. E i laici devono prendere parte ai processi economici e politici. Ritengo che siano fuori strada quei cattolici, presenti in varie nazioni, che ripiegano su posizioni populiste e antieuropee. È necessario tenere vive le radici cristiane di questo continente, evitando di lasciare l’Europa in mano alle forze ostili alla Chiesa e al cristianesimo. Con spirito costruttivo bisogna tornare a una identità europea che valorizzi l’eredità del cristianesimo e la metta in gioco per il futuro".

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