Non comoda sottrazione

In Benedetto non si notano sintomi o spie di angoscia, di timore o di disperazione. Il suo ''non riesco a capire'' dinanzi alla vicenda del cameriere ''infedele'' non è un'ammissione da poco. ''Significa che non ci si erge a giudice assoluto, a genio psicologico che tutto comprende perché tutto sa''

Prima di servire il popolo di Dio, pellegrino nella storia, da Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, in tutte le età della sua vita, ormai lunga, ha vissuto a contatto con tante persone. Soprattutto da prete, con il ministero della Riconciliazione e l’accompagnamento spirituale, ha potuto conoscere l’interiorità delle persone, i loro desideri, i movimenti che dinamizzano il sentire di ciascuno.
Per dirla con un’espressione corrente: si è fatto…l’occhio! Non per questo si sarà sentito esente da un sano discernimento, da un confronto attento e, in primo luogo, dall’ascolto dello Spirito che in ognuno parla, talvolta sussurrando, e incitando sorregge sulle vie di Dio e dell’umanità.
Eppure, lo sguardo penetrante e deciso, anche se mite di Benedetto XVI ha fatto cilecca proprio con il suo cameriere personale. Lo ammette egli stesso in una delle conversazioni avute con Peter Seewald: "Quando considero la sua persona non riesco a capire cosa ci si possa attendere da lui. Non riesco a penetrare in questa psicologia". Grande consolazione per tutti noi! Grande ammirazione in pari modo. Quante volte ci siamo scontrati dinanzi a questa impossibilità di penetrazione? Quante volte ci siamo dovuti ripetere: "Non riesco a capire". Non è un’ammissione da poco: significa che non ci si erge a giudice assoluto, a genio psicologico che tutto comprende perché tutto sa, grazie a qualche nozione dovuta a frettolosi esami.
Non solo. L’empatia, la possibilità della consonanza, del vibrare insieme è realmente preclusa, mentre si presenta invece una sorta di muro di cemento da smantellare a mani nude. Potrebbero scattare tanti meccanismi di difesa e di attribuzione, suonerebbero però falsi. In Benedetto XVI scatta una sola mossa: la Verità. L’ammissione, se si vuole, di un suo limite che, però, ce lo rende quanto mai fratello. Il blaterare di giornali e media in questi ultimi giorni ha creato solo un polverone che, è ben noto, offusca, distorce e disturba. "Non capire", nel linguaggio ratzingeriano, non significa getto la spugna e mi godo la vacanze, perché l’insieme è troppo complicato. Piuttosto si deve leggere dal versante della saggezza senile che si arresta e ha perduto l’impudenza giovanile del tuttologo (sempre o quasi fuori posto!).
Benedetto XVI, semplice persona umana, sta toccando con mano i suoi limiti e misurando le sue forze. Non perché si avverta in un tunnel buio e oscuro di cui non intravvede l’uscita, in un labirinto storico da cui non può sfuggire e da cui si senta attanagliato. Egli è giunto a quel punto che, prima o poi, sarà nostro e in cui bisognerebbe avere la lucidità, il distacco e la fermezza di affermare: "È giunto il momento del congedo". Non perché si debba, immediatamente, trapassare e scomparire dal volto della storia, ma perché si assume un altro ruolo: perdute le forze giovanili e il vigore della maturità, subentra la fase in cui il logorio e la stanchezza hanno il sopravvento. Non per mummificarsi prima del tempo, per ibernarsi e poi ricomparire in virtù non si sa poi di qualche lifting o di pozione energetica, ma per strutturare il proprio oggi in armonia con se stessi, oggi e non ieri, ma neppure domani. Poterlo pensare e poi attuare, è un grande dono perché parla di acume e di oggettività, di trasparenza e di distacco dal perdere la self image, ovvero in linguaggio nostrano …la faccia.
Si staglia allora la persona di Benedetto, senza il XVI, senza i titoli che pur gli spettano di diritto. Si delinea un anziano che è affaticato ma sa leggere e interpretare la sua realtà alla luce della fede e quindi è in grado di comunicare audacia. Non satura di improntitudine giovanile ma pregna della certezza di respirare nel Risorto, di non essere soli a vivere l’ultimo tratto dell’esistenza e di servire l’umanità, la Chiesa e Dio, in una dimensione che poggia sulla verticalità del rapporto con il Padre che, però, ricade totalmente in oblazione sull’orizzontalità universale.
Non si notano in Benedetto sintomi o spie di angoscia, di timore o di disperazione, ma la pacata accettazione di un declino ineluttabile nella sua conclusione sì, ma totalmente plasmabile nella sua conduzione. Non si piega sotto la sferza degli eventi, non cede all’impressionante cascata quotidiana di dolori che si affacciano al nostro orizzonte e neppure li scansa. Li assume tutti nella debolezza di una persona anziana certamente, ma giovane perché radicata nella fede, si offre per trasfigurarli in una sorta di depurazione: nella sua vita quotidiana non mancheranno bordate, temporali e bonacce. Tutto ricadrà su di lui ma sarà reso a noi, a ciascuno di noi, cristiano e non cristiano, credente o miscredente, attento e distratto, come dono di vitalità in Cristo Risorto.
Allora declino non è. Non è comoda sottrazione. È uso di altre forze, quando quelle fisiche scemano mentre quelle interiori si irrobustiscono, innervate dallo Spirito. L’uomo vecchio è morto, l’uomo nuovo si spende in silente donazione.

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