C’è vita oltre le sbarre

Un'umanità che comunica e chiede un'informazione corretta

Quale valenza educativa hanno le redazioni giornalistiche all’interno delle carceri? Riescono a sensibilizzare il territorio? E come il territorio comunica la realtà detentiva? Sono state queste le domande al centro della “V giornata nazionale dell’informazione dal/sul carcere”, che si è svolta a Bologna il 26 ottobre. Promossa dalla Regione Emilia-Romagna, dalla provincia di Bologna e dalla Conferenza regionale volontariato e giustizia, la giornata rientra nel progetto triennale “Cittadini sempre” avviato dalla Regione, in collaborazione con la Fondazione ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna, con l’obiettivo di “sostenere e promuovere tutte le iniziative di comunicazione dal carcere, e incentivare il mondo del volontariato ad aprirsi dei canali comunicativi sul territorio”, spiega al Sir la giornalista Carla Chiappini, vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti Emilia-Romagna e promotrice della Giornata.

Scrivere per ritrovare la dignità. “La redazione in carcere si fonda sugli stessi principi di ogni redazione: la capacità di dire e dare delle informazioni; assumersi la responsabilità di quello che si scrive; partecipare non al progetto di un singolo ma di un gruppo. Questo nella difficoltà di fare informazione in una istituzione totale”, spiega Chiappini che al carcere di Piacenza dirige la rivista “Sosta forzata”. “Crediamo di sapere perché siamo inondati di immagini di carceri, ma in realtà sappiamo poco” prosegue Chiappini raccomandando “ai colleghi giornalisti il massimo scrupolo professionale”. Nella prima parte del convegno si è discusso del valore educativo della scrittura di sé. A proposito è intervenuta Adriana Lorenzi, direttore editoriale di “Alterego” del carcere di Bergamo, che ha parlato della scrittura come “oggetto mediatore” che permette di “avvicinare una ferita senza farsi troppo male”, di “affrontare la rabbia e lo smarrimento”, di “guardare alla propria biografia come inserita in un quadro più ampio”. “Creare qualcosa che non c’era prima – ha precisato Lorenzi – è ciò di cui si ha più bisogno in quanto uomini”: significa ritrovare “la dignità nel raccontare di sé, la più alta forma di libertà”.

Col territorio per un’idea diversa di pena. Sul ruolo educativo della scrittura, e in particolare del lavoro giornalistico, si è soffermata anche Ornella Favero, direttrice della rivista “Ristretti orizzonti” di Padova, che ha parlato di una educazione basata sulla reciprocità: “l’idea per cui davanti al detenuto si pensa che solo lui debba essere ri-educato, non è educazione”, ha sentenziato Favero precisando “non c’è educazione se non si crede che la persona che ci sta davanti può insegnarci qualcosa”. Una reciprocità che, ha ribadito la giornalista, “vale anche tra società e detenuti”, perché “il carcere non è un pianeta, è parte della nostra società, della nostra vita”, e dunque, “richiamare alle proprie responsabilità persone che hanno commesso reati significa responsabilizzare anche la società”. Il ruolo delle redazioni in carcere è allora quello di “comunicare con l’esterno”, affinché “si cominci a ragionare col territorio su un’idea diversa di pena”.

Opportunità enorme. Lo scorso 24 ottobre la redazione di “Ristretti orizzonti” ha ricevuto, dietro invito, la visita del giornalista Alessandro Sallusti, condannato a 14 mesi di detenzione (ma la pena è stata sospesa) per diffamazione aggravata. Un incontro “importante”, ha commentato al Sir Favero, che sottolinea l’esigenza da parte dei giornalisti di “capire che le parole possono fare molto male”. In questo senso, ha aggiunto, “le redazioni in carcere possono dare un grande contributo”. “Lavorare in una redazione di ristretti è un’opportunità enorme, per quella reciprocità che ritengo fondamentale. Io ho imparato tantissimo – ha ammesso Favero – si impara a vedere in modo diverso anche i conflitti che esistono all’interno della propria famiglia. È un allenamento a pensare, a non essere superficiale, a usare le parole giuste”.

Abbattere i pregiudizi. “Di carcere si parla tanto, forse troppo, e sempre più in termini “scandalistici”. Ma solo facendo fede al principio del giornalismo di fare un’informazione corretta in quanto oggettiva, si può ragionare sul cambiamento. Cominciando col chiederci cosa è il carcere per ognuno di noi”. Così Desi Bruno, garante dei diritti dei detenuti dell’Emilia-Romagna, è intervenuta nel corso della seconda parte della giornata, dedicata ai rapporti delle redazioni in carcere con il territorio. “L’augurio” del garante è che “la redazione in carcere non sia una conquista ma la normalità”, affinché si compia “quel passo fondamentale che è atto politico, cioè incidere sul “fuori”, anche denunciando la cattiva informazione”. Il convegno è stata occasione di incontro di alcune tra le oltre 50 realtà giornalistiche presenti all’interno delle carceri italiane. Tra queste, quella della rivista “Io e Caino” dell’istituto detentivo di Ascoli Piceno, che grazie a una comunicazione costante attivata con il territorio, organizza diverse iniziative per coinvolgere i detenuti alla vita civica. “Il confronto con la città è gratificante – ha commentato Altin, redattore della rivista picena – e sentirsi utili aiuta ad abbassare quei muri di gomma creati dal pregiudizio”.

a cura di Marta Fallani, inviata Sir a Bologna

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