Non c’è politica senza morale

Il monito ripetuto anche ieri ad Assisi pensando alla ''piazza degli umili''

Crisi e povertà sono stati ieri i temi al centro della giornata conclusiva del Cortile dei Gentili, dibattito tra credenti e non credenti sul tema "Il dialogo interculturale e interreligioso per la pace", che ha visto alternarsi, ad Assisi, 40 relatori per un pubblico di 12mila partecipanti.

Cedere il passo alla morale. La "politica non può fare un passo avanti senza aver ceduto il passo alla morale", ha esordito il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura. Se "la questione fiscale non è una questione solo giuridica, ma morale e religiosa", e "chi non paga le tasse e poi fa un’offerta al santuario pecca", "immensamente gravi" sono "lo spreco e la corruzione del denaro pubblico". Il card. Ravasi si è poi soffermato sul "rapporto fede-politica e fede-economia: l’unico pronunciamento politico fatto da Cristo in merito è ‘Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’. Ci sono delle leggi dell’economia e della politica che hanno una loro indipendenza", ha detto, anche se "gli sconfinamenti sono inesorabili" poiché "la frontiera non è e non può essere così rigida". È, ad ogni modo, da rifiutare ogni "concezione ierocratica: trono e altare sono distinti anche se non separati completamente. E un’etica generale anche laica deve tener conto della parola ‘amore’".

Riscoprire la parola "utopia". Il Dio biblico "per sua natura non è astratto" e il fatto che "la creatura umana" sia "a sua immagine" ne sottolinea la "trascendenza: l’uomo e la donna, amandosi e generando, sono la statua migliore di Dio creatore", ha detto il presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, evidenziando "la dimensione di trascendenza dell’amore, che vuole dire bellezza, estetica e poesia". Per tutte queste ragioni, ha spiegato, "l”homo economicus’ non è una definizione completa della natura umana". A proposito della discesa dei cattolici in campo politico, l’auspicio del porporato è che si torni a "usare la parola utopia: chi appartiene alla grande tradizione cristiana dovrebbe essere capace di inalberare alcuni vessilli significativi. L’uomo, ha concluso citando Gandhi, "si distrugge con la politica senza principi, con la ricchezza senza lavoro, con l’intelligenza senza sapienza; l’uomo si distrugge con gli affari senza la morale, con la scienza senza umanità, con la religione senza la fede. L’uomo si distrugge con un amore vago senza il sacrificio di sé".

Competitività e coesione. "La crisi viene interpretata con modelli sbagliati", mentre occorrono "comprensione e corresponsabilità", ha detto Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico, dialogando con il card. Ravasi. Il bene comune, in questo momento, è soprattutto "creazione di lavoro", e dalla crisi "si uscirà solo con un progetto comune che dovrà riguardare tutti i pezzi della società", coinvolgendo "sia il pubblico che il privato, profit e non profit". Non ci possiamo illudere, ha proseguito, "che tutte forme di assistenza, aiuto e vicinanza siano solo pubbliche o private profit: dovremo aiutare a crescere il terzo settore, che è una delle piattaforme di sviluppo del nostro Paese". Per la crescita, ha concluso, "è necessario essere competitivi, ma anche coesi. Bisogna restituire centralità alla famiglia, cui in questi anni non è stata rivolta attenzione sufficiente".

Stili di vita da rivedere. "Dio non può accettare che un miliardo di essere umani faccia la fame", ha detto il missionario comboniano padre Alex Zanotelli intervenendo alla tavola rotonda sul tema "Il grido dei poveri, crisi economica globale e sviluppo sostenibile". l’Italia "l’anno scorso ha speso 26 miliardi di euro per le armi", e "oggi viviamo "la tragedia della dittatura della finanza: in un mondo limitato come il nostro non ci può essere una crescita illimitata". È pertanto "da rivedere il nostro stile di vita", ha invitato padre Zanotelli, facendo eco al card. Ravasi, che ha introdotto il dibattito sottolineando come "la preghiera senza impegno nella piazza degli umili" sia "semplicemente rito". Anche le comunità cristiane, ha concluso il missionario, hanno le loro responsabilità: "non sono più coscienza critica, non coltivano stili di vita alternativa, e non si tratta di invocare né al pauperismo né al conservatorismo, ma alla sobrietà".

Un grido proibito. Il giornalista Federico Rampini, che vive a New York, ha raccontato che "in America il grido dei poveri è fuorilegge. Le leggi contro l’accattonaggio e il vagabondaggio sono sempre più severe: i poveri non si devono vedere". A San Francisco, a un passo dalla Silicon Valley, "ci sono poveri più che nel resto d’America perché è una delle poche città che non vieta il grido dei poveri, e gli homeless vi si riversano". Nonostante le promesse della società digitale e della new economy, "in America i poveri crescono, ce n’è più ora che negli anni ’30. Sono, oggi il 46milioni, ossia il 15% della popolazione, sempre più giovani (il 22% ha meno di 18 anni), con punte più altre tra ispanici (uno si quattro è povero), tra i neri (27%) e in famiglie con genitori singoli (26,6%).

Baciare i lebbrosi. "A ridurre le povertà non sono riuscite le religioni e le guerre, né il liberismo", ha sottolineato il sociologo Domenico De Masi, "e oggi il mondo è tripartito: nella produzione di idee, di materiali e di manodopera a basso costo". Del fatto che "siamo abituati a vivere al di sopra delle nostre possibilità" ha parlato la giornalista Lucia Annunziata: "la politica internazionale – ha spiegato – non ci potrà dare soluzioni per lungo tempo". Quando una persona è povera, "da qualche parte c’è un rapporto malato, sia esso di natura civile, politica o famigliare", ha detto l’economista Luigino Bruni, ricordando "il momento formativo della fraternità occidentale è quando Francesco abbraccia il lebbroso. Senza condivisione col povero la povertà verrà gestita, immunizzata, ma non curata".

a cura di Lorena Leonardi (Assisi)

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