Democrazie in travaglio

Oasis: processi costituzionali dei Paesi arabi e modelli europei

Il confronto tra i processi costituzionali in corso nei Paesi arabi e i modelli europei evidenzia “un punto cruciale” delle dinamiche moderne: “trovare l’equilibrio tra volontà della maggioranza e valori non negoziabili”. È, in sintesi, la conclusione cui giunge Silvio Ferrari, docente di diritto e religione alle Università di Milano e Leuven. In un articolo pubblicato sull’ultimo numero di Oasis (www.oasiscenter.eu), rivista semestrale dell’omonima Fondazione internazionale con sede a Venezia, Ferrari analizza il tentativo dei Paesi arabi di “costruire una democrazia a ispirazione musulmana”, mentre nei Paesi europei si va consolidando l’esperimento di “costruire una democrazia priva di qualsiasi base religiosa”.

Islam e democrazia. La differenza più evidente tra le costituzioni di queste due tipologie di Paesi, spiega Ferrari, consiste nella “qualificazione dello Stato e nell’indicazione delle fonti del diritto”. Mentre nelle costituzioni dei Paesi arabi “lo Stato è sovente definito islamico e la shari’a è annoverata tra le fonti del diritto statale”, in quelle degli altri “non ricorre mai né la qualificazione dello Stato in termini cristiani, né il riferimento al diritto di una religione nelle fonti del diritto dello Stato”. Islam e democrazia “non sono incompatibili”, chiarisce l’esperto; tuttavia, per avere successo, “il tentativo di costruire una democrazia islamica deve passare attraverso una profonda riconsiderazione dei rapporti tra diritto, religione e politica”.

I due pilastri dell’occidente. Volontà dei cittadini e rispetto dei diritti dell’uomo sono invece, secondo Ferrari, i due pilastri delle democrazie occidentali. “Non tutto può essere messo ai voti – precisa -: vi sono diritti che spettano a ogni uomo (e donna) per il solo fatto di essere una persona”. Lo studioso si riferisce a quelli “radicati nella stessa natura umana”, ma osserva che “le applicazioni concrete” del rispetto della vita umana sono “oggetto di discussione talvolta aspra”, ad esempio in materia di embrione o pena di morte. E se “entro certi limiti questo dibattito è salutare”, al di là di questi limiti “il disaccordo rischia di mandare in corto circuito i due fondamenti del sistema democratico” indicati in precedenza. È questo, secondo l’autore dell’articolo, “il pericolo più grave che si profila all’orizzonte dell’Europa, dove negli ultimi decenni il pluralismo etico, religioso e culturale è cresciuto in maniera impressionante”, ponendo in discussione, “a livello dei sistemi giuridici, il vecchio equilibrio tra volontà dei consociati e diritti dell’uomo”.

Gerusalemme, Atene, Roma. Di qui il duplice rischio di “crescente insofferenza” verso questi ultimi o di una loro “riaffermazione rigida e assoluta”. “Sia pure in termini diversi, il problema dei Paesi europei – ancora parole di Ferrari – non è troppo lontano da quello dei Paesi musulmani”: per entrambi “si tratta di conciliare diritto positivo (quello che nasce dalla volontà dei cittadini) e diritto meta-positivo, individuato in un caso nel diritto divino e nell’altro nei diritti dell’uomo”. In questo dibattito si inserisce il discorso di Benedetto XVI al Parlamento federale di Berlino (22 settembre 2011) sui fondamenti dello Stato liberale di diritto. Per il Papa, rammenta l’autore dell’articolo, “è necessario tornare ai concetti fondamentali di natura e regione inscritti nel ‘patrimonio culturale dell’Europa’: la cultura ‘nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma’”.

Identità e cultura. Società civile come luogo in cui “differenti concezioni ed esperienze di vita si confrontano”: secondo Ferrari “è da qui che deve ripartire qualsiasi processo di rivitalizzazione della tradizione giusnaturalistica cristiana”. La società civile, tuttavia, “non è mai totalmente libera ma si colloca all’interno di un quadro delineato dalle norme che tutelano alcuni valori essenziali e non negoziabili”. All’interno di esso “vi sono ulteriori regole che affondano le proprie radici nella tradizione e nella cultura di ogni comunità”. Per questo “anche lo Stato, ogni Stato, non è un soggetto privo di storia e di memoria”, ma è costituito da persone con una cultura e un’identità propria. Un’eredità con cui “non può rompere i ponti” e che “costituisce la base per costruire il proprio futuro”. Di qui il monito conclusivo, valido sia per le democrazie occidentali sia per quelle in fieri nel mondo arabo: “La storia ci insegna che lo sviluppo equilibrato di ogni società richiede di evitare due pericoli parimenti gravi: l’utopia rivoluzionaria di potersi impunemente disfare della propria tradizione e quella conservatrice di mantenerla inalterata nonostante i cambiamenti che si producono” nei gruppi sociali. L’identità di una comunità non costituisce insomma “un codice genetico immutabile, dato una volta per sempre e non più modificabile, ma un’eredità da fare fruttare nel commercio con altre identità”.

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