Due obiettivi giusti ed equi

Non caricare il debito pubblico sui giovani e sostenerli nel mercato del lavoro

Si sta delineando l’insieme di misure governative atte a far ripartire l’economia italiana. Mancando giocoforza l’idea vincente (magari ci fosse!), si procede con un mix di piccole e medie decisioni che, nel loro complesso, dovrebbero fare da lievito alla ripresa economica. Uno stock di assunzioni nella scuola, un’accelerata alla digitalizzazione di un Paese ancora carente di infrastrutture per internet, l’idea di non gravare con l’Iva alcune opere pubbliche di notevole importanza, il via a tutta una serie di leggi e regolamenti amministrativi che traducano lo sforzo riformista del governo Monti da buona volontà a regola quotidiana. Tralasciamo di citare tutta una serie di norme – su medicine e medici, ad esempio – dall’impatto più giornalistico che economico. E rileviamo che sono state rispolverate decisioni prese in passato, con nome diverso, che appunto qualche deficit di efficacia lo avevano avuto: speriamo siano stati individuati i vecchi punti deboli.
Insomma, avanti per i sentieri che si sono dimostrati percorribili, dato che le ricette roboanti – non molte per la verità – si sono rivelate alla prova dei fatti impraticabili. Le tasse non si possono proprio diminuire, in un’Italia che sta sforzandosi a farle pagare a tutti (ma siamo solo all’inizio); la vendita di beni dello Stato presuppone l’esistenza di compratori disposti a pagare bene, e non è tempo; i grandi tagli alla spesa pubblica o le patrimoniali presuppongono indirizzi politici chiarissimi che certamente un governo tecnico non ha.
Tra i meriti di questo esecutivo, c’è pure quello di aver riavviato la cosiddetta spending review, cioè una continua valutazione della spesa pubblica, per capire se e quanto essa sia positiva e ben disposta. Fosse stata norma perseguita dai mille governi che hanno preceduto quello di Monti, non ci troveremmo oggi con un debito-monstre di quasi 2mila miliardi di euro che pende come spada di Damocle sulle nostre teste. In generale sono stati perseguiti due obiettivi giusti ed equi: quello di evitare che il debito pubblico finisse tutto intero sul conto delle future generazioni, oggi ignare ma domani affossate dallo stesso: ecco quindi la riforma delle pensioni. E poi quella volontà di dare appunto una mano alle nuove generazioni con un riequilibrio del mercato del lavoro che, tra l’altro, portasse ad una minore precarizzazione del lavoro stesso.
Su questo punto ci sentiamo di dissentire vigorosamente su quanto proposto dal ministro Elsa Fornero e poi approvato dall’Esecutivo. Se la strada era lastricata dalle migliori intenzioni, non di meno ci sembra porti diritta all’inferno di una maggiore disoccupazione, soprattutto giovanile. Quel che non ci vuole minimamente al giorno d’oggi.
Stiamo parlando di una serie di novità – in particolare sulle partite Iva e sui contratti a tempo determinato – partorite più nell’astrattezza delle aule universitarie che nella concretezza dell’economia attuale. L’idea che la precarizzazione si combatta con la regolarizzazione forzata è ottima, ma puramente teorica: chiunque viva fuori da quelle aule universitarie sa che la reazione di tanti piccoli e medi imprenditori non sarà quella di “mettere in regola” alcune centinaia di migliaia di persone che ora lavorano ma con tutele e stipendi inferiori. Soprattutto in questo momento di crisi feroce.
Piuttosto paventiamo un taglio di massa di altrettanti “posti” di lavoro. Un imprenditore, se ha assoluta necessità di quel lavoratore, lo assume; altrimenti tende a precarizzarlo. Temiamo che, nel migliore dei casi, ci saranno diverse decine di migliaia di assunzioni controbilanciate da altrettanti (ma saranno molti di più) addii a giovani che ora lavorano. Magari sfruttati, sottopagati, sempre in bilico. Ma lavorano. Avremmo certamente torto se il fenomeno riguardasse il 3-4% della forza lavoro in Italia. Ma le statistiche dicono che in questa condizione sta tra il 12% (al Nord) e il 20% (al Sud) della platea dei lavoratori. Se la metà, domani, non trovasse più un ufficio, un’officina, un negozio, uno studio nel quale continuare a lavorare, sarebbe un disastro annunciato anche se non certo voluto.

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