La paura più grande

P. Edoardo Tamer (Aleppo): ''rischio emergenza umanitaria'' per una città paralizzata

Prosegue l’offensiva dei ribelli siriani contro il regime di Assad. Da Aleppo, dove da giorni si registrano scontri tra esercito lealista e ribelli, giunge la notizia che questi ultimi avrebbero bombardato l’aeroporto militare di Menagh, 30 chilometri a nord-est della città ormai paralizzata nelle sue attività principali. Sono decine e decine di migliaia quelli che hanno lasciato le loro case per trovare rifugio nei Paesi vicini. Tensione alta anche nella capitale Damasco, dove secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sarebbe di almeno 43 civili uccisi il bilancio di un’incursione delle forze lealiste a Jdaidet Artouz, venti chilometri a sud-ovest del centro città. Non meno drammatiche le notizie sull’emergenza umanitaria. La Fao, l’agenzia dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, denuncia che sono "tre milioni i siriani che hanno bisogno di nutrimento e di aiuti alimentari per i prossimi 3-6 mesi, specie nelle zone segnate dal conflitto". Daniele Rocchi, per il Sir, ha raccolto la testimonianza di padre Edoardo Tamer. Francescano di 74 anni, di origini libanesi, da 12 anni in Siria, oggi ad Aleppo dove vive nella comunità del collegio di Terra Santa, padre Tamer ha tradotto in arabo il sussidio della Commissione teologico-storica, istituita da Giovanni Paolo II per il Giubileo del 2000, "Cristo Verbo del Padre" e il testo di san Bonaventura, "Itineriarium mentis in Deum". "In questo periodo – racconta – sto lavorando a una ricerca sulla Santissima Trinità. Mi rifugio nei libri e nella Parola per sfuggire alla drammatica situazione in cui versa il Paese. Dalla Parola mi viene il conforto e la forza per restare e andare avanti".

Padre Tamer, com’è la situazione in città al momento?
"Gli scontri avvengono a circa tre chilometri da noi che non siamo in pieno centro città. Si odono spari e scontri soprattutto di sera e di mattino presto. Durante la giornata non sentiamo quasi nulla. Per quel che ci riguarda si può parlare di relativa calma, ma si deve usare prudenza e accortezza per ogni genere di movimento".

Sotto il profilo umanitario, invece?
"Aleppo oggi è una città paralizzata, i bus non circolano più, chi esce con la propria auto in cerca di negozi aperti per reperire l’indispensabile lo fa con paura ed estrema prudenza. La gente deve arrangiarsi, sono molto pochi i centri e i negozi che riescono a fornire pane e altri generi di prima necessità. I magazzini sono chiusi, non c’è lavoro".

Il rischio di un’emergenza umanitaria in città è quindi reale?
"Se si dovesse protrarre questo blocco, il rischio emergenza umanitaria sarebbe reale. Questa è la nostra paura più grande. I bisognosi si moltiplicano, giorno dopo giorno. Chi può lascia la città, ma i più restano. Una situazione che riguarda cristiani e musulmani senza distinzioni. C’è da dire però che per i musulmani è più facile avere aiuti di ogni genere in quanto sostenuti da più parti. I cristiani devono provvedere a loro stessi e la Chiesa deve farsene carico".

In che modo cercate di aiutare le famiglie cristiane?
"Qui, nelle vicinanze del College, abbiamo poche famiglie, per un totale di 100 persone circa, che fino a qualche mese fa, quando la situazione era tranquilla, partecipavano alle attività pastorali. Ora vengono a malapena la domenica. Dalla vicina parrocchia di Azizieh, san Francesco, ma non solo, giungono invece notizie di famiglie particolarmente bisognose di aiuto materiale. In questi giorni è stato istituito, da parte delle Chiese cristiane un comitato di laici per far fronte all’emergenza e sostenere le nostre comunità. Ma non sono solo questi i motivi di preoccupazione".

Cosa altro vi preoccupa?
"L’azione violenta di bande criminali e, tra le fila dell’esercito di opposizione, anche di combattenti islamisti. Al momento non si hanno particolari notizie di violenze contro i cristiani. Speriamo che non accada nulla in futuro. Come cristiani non prendiamo la parte di nessuna delle due fazioni, ma da buoni cittadini rispetteremo chi sarà chiamato a governare. Noi auspichiamo il dialogo per raggiungere una soluzione condivisa e senza spargimento di sangue. Condanniamo ogni genere di massacri, da qualunque parte arrivino. Per questo è necessario che le potenze estere smettano di fornire armi alle due parti in lotta. Il movimento interreligioso Mussalah (riconciliazione), nato nella società civile, è la testimonianza che dialogare è possibile per una soluzione pacifica del conflitto. Ma ogni tentativo deve essere sostenuto da un’azione politica internazionale ed europea che imponga la soluzione attraverso il dialogo. La Siria è un Paese molto importante nel Medio Oriente e, insieme al Libano, un laboratorio di convivenza e di tolleranza".

Ha citato il Libano, meta di un prossimo viaggio di Benedetto XVI per la consegna dell’Esortazione post-sinodale per il Medio Oriente…
"Accoglieremo il Papa con cuore aperto e ascolteremo le sue parole che riguarderanno tutti i cristiani, e non, del Medio Oriente e le crisi in atto. Il mio auspicio è che tutte le Chiese cattoliche si uniscano e diventino una sola Chiesa e, attraverso di essa, possano giungere all’unità con le Chiese sorelle ortodosse. Attualmente, bisogna dire, che con i fratelli ortodossi viviamo il dialogo e l’unità ogni giorno. Nelle nostre chiese a volte ci sono più ortodossi che cattolici. I fedeli non vogliono saperne delle divisioni. Con l’Esortazione post-sinodale spero si possa rilanciare un movimento ecumenico più attivo e incisivo".

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