Le parole e i fatti

Stati Ue, istituzioni comuni e Bce sono chiamati ai rispettivi impegni

Nessuna tregua olimpica per l’euro. Mentre a Londra si disputano le gare a cinque cerchi, la moneta unica resta al centro di voci che si rincorrono, rischi-speculazione, vertici e controvertici, piani di salvataggio, prese di distanza più o meno convinte. Negli ultimi giorni, in particolare, di fronte alla necessità, o presunta tale, di un intervento che mettesse al sicuro il bilancio spagnolo, diversi protagonisti della politica europea si sono sentiti in dovere di affermare all’unisono che “l’euro non si tocca”. Dal presidente della Bce, Mario Draghi, al premier italiano, Mario Monti, passando per la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il presidente francese, François Hollande, è stato tutto un rincorrersi di dichiarazioni tranquillizzanti: gli strumenti e i soldi ci sono o si possono trovare, la stabilità della valuta comunitaria non sarà messa in discussione, costi quel che costi.
Non sono mancate le notizie contrastanti sull’urgenza di un intervento a favore di Madrid, quelle sulle finanze malferme di altri Paesi, le analisi preoccupate sulle altalene della Borsa, sullo spread, sulle aste e sui rendimenti dei titoli di Stato… La volatilità dei mercati finanziari moderni si alimenta anche di questo: dell’incertezza. Ma non è di incertezza che hanno bisogno i conti statali, l’attività bancaria, l’economia reale, le imprese, il lavoro. Occorre, piuttosto, un quadro il più definito e stabile possibile alla cui solidità sono preposti i singoli governi dell’Eurozona, la stessa Bce, le istituzioni internazionali (siano esse politiche, in primis l’Unione europea, o finanziarie, come il Fondo monetario internazionale). Ciascuno è chiamato a fare la propria parte e almeno in questo senso hanno ragione i Paesi “rigoristi” del Nord Europa: per prima cosa vanno tenuti sotto controllo i conti di casa propria.
Detto questo, ci sono vari elementi in sede europea che, pur precisati nelle ultime settimane, addirittura negli ultimi giorni, devono essere portati a compimento proprio per rafforzare la moneta unica, i mercati, l’economia reale. Anzitutto vanno realizzati quei “muri di fuoco” a protezione dell’Eurozona cui si è lavorato a Bruxelles. Difficoltà, malintesi e sospetti non sono mancati tra Stati Ue e istituzioni comuni, ma sia il Consiglio europeo di marzo che quello di fine giugno hanno espresso la precisa volontà di attuare misure a breve e a medio termine affinché la speculazione che mette a repentaglio l’euro e l’intera “casa comune” sia tenuta alla larga dall’Europa. A questo punto si tratta di dar corso agli impegni che si chiamano fondo anti-spread, fondo salva-Stati, unione bancaria, governance condivisa…
In secondo luogo non si può trascurare il fatto che proprio il summit del 28 e 29 giugno ha varato un piano per la crescita da 120 miliardi, il quale ora richiama Stati e Ue a moltiplicare le misure per rilanciare produttività, occupazione, scambi, esportazioni, consumi. E – terzo punto – per procedere su questa strada servono soldi, che dovrebbero provenire in parte dalle casse nazionali e in parte da investimenti tratti dal bilancio Ue: su questo fronte, come ha più volte ribadito il presidente della Commissione José Manuel Barroso, bisogna approvare al più presto un Quadro finanziario pluriennale Ue per il periodo 2014-2020 che sia all’altezza dei compiti cui è atteso sul piano del sostegno alla competitività, della ricerca e dell’innovazione, della creazione di posti di lavoro, dell’agricoltura e sviluppo rurale, della cultura, della tutela degli interessi dei cittadini, della cooperazione, di una politica internazionale che si misuri con le sfide in atto.
Ancora una volta la concretezza cui è chiamata la politica deve dunque superare l’aleatorietà delle parole.

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