La fede non è crollata

Intervista con l'arcivescovo di L'Aquila, mons. Giuseppe Molinari

"La realtà dei giovani, la mancanza di lavoro e di prospettive nella nostra città, non è un problema, è il problema. Mi auguro che tutti insieme si possa pensare a delle soluzioni che permettano alla città di non morire e ai giovani di sognare di essere ancora utili". Guarda al domani di L’Aquila l’arcivescovo mons. Giuseppe Molinari intervistato da Michele Luppi, inviato del Sir a L’Aquila, alla vigilia del terzo anniversario del terremoto. Nelle sue parole il dolore e l’amarezza di quello che definisce "Venerdì Santo" della città, ancora presente, non si trasformano in rassegnazione, ma si aprono alla "speranza della Pasqua" e di una città finalmente ricostruita.

Eccellenza, domani porterete il "Cristo morto" in processione per le strade di un centro storico ancora distrutto. Che effetto le fa?
"Da un punto di vista semplicemente umano c’è amarezza per questa lentezza. Le colpe, anche se è brutto usare questa parola, non sono della maggioranza del popolo aquilano che desidera con tutto il cuore questa ricostruzione. Vanno cercate a livello centrale, nelle istituzioni dello Stato, ma anche a livello locale. Fin dall’inizio ho sempre detto: prima di accusare il governo facciamoci un esame di coscienza se noi aquilani abbiamo fatto la nostra parte. Invece ci si è lasciati vincere dai contrasti. È mancata l’unità, una visione di popolo che rispondesse insieme a questa grande sfida".

Una divisione che caratterizzerà anche le prossime elezioni di maggio che vedono il confronto tra 8 candidati sindaci. Cosa si sente di dire ai cittadini aquilani?
"Ho impressione che in questo momento l’interesse massimo di alcuni aquilani sia quello di capire chi vincerà, ma passato il 6 maggio ritroveremo tutti i problemi che abbiamo oggi. L’esperienza di questi tre anni ci dimostra che non è questa frammentazione che paga. Le elezioni possono diventare un’occasione preziosa se ci muoveremo tutti insieme portando nel cuore una certezza: non è tutto finito, tutto è ancora possibile. Costruiamo insieme il futuro di questa città".

Da tre anni la cattedrale è inaccessibile. Cosa significa per un vescovo e una diocesi?
"Nei primi giorni dopo il terremoto ho detto con convinzione: ‘Prima le case e poi le chiese’, ma girando per la visita pastorale vedo gente che, pur avendo perduto tante cose, chiede con insistenza di riavere la propria chiesa. Nella difficoltà abbiamo avvertito l’importanza di questo luogo come riferimento di tutto il popolo. Lo stesso vale per la cattedrale".

La Chiesa aquilana è ferita non solo nei suoi edifici simbolo ma nella vita stessa delle comunità e dei sacerdoti. Avete avuto la necessità di ripensare alla pastorale, ma non è stato facile…
"Molte comunità sono ancora disperse, soprattutto quelle del centro storico. In una realtà così ferita non siamo riusciti a fare tutto, ma commuove vedere come la gente non ha perduto la fede, la speranza in Dio, i suoi valori cristiani più profondi. A tutti i cristiani dico di non perdere questo slancio e di essere lievito di speranza anche per gli altri".

Nel gennaio 2013 compierà 75 anni. Si avvicina così alla fine del suo ministero attivo da vescovo di L’Aquila. Come colloca questi ultimi anni del dopo-terremoto, nella sua esperienza pastorale?
"Indubbiamente è stata una prova grande. La notte del 6 aprile, come tanti aquilani, mi sono salvato per miracolo. Da quel giorno dico sempre: ‘Signore grazie di questa seconda vita, aiutami a vivere meglio quello che mi rimane guardando le cose più importanti’. Vivo con serenità questo periodo che mi attende, consapevole che per un sacerdote c’è sempre tanto da fare nell’impegno pastorale".

C’è qualcosa di concreto che le manca di quella che lei ha chiamato "la vita di prima"?
"Umanamente manca la nostra città, la vita normale feriale della gente, delle famiglie e dei giovani. Cose che davamo per scontate. Il terremoto ci ha insegnato che è inutile attaccarsi alle cose materiali perché possiamo perderle in un secondo, ma c’è solo una cosa che nessun terremoto ci potrà mai portare via: il nostro amore a Dio e il nostro amore ai fratelli".

Guardando ai giovani e alla situazione economica, per molti non sembra esserci altra via che l’emigrazione?
"Conosco molti giovani con questa idea che nasce spontanea di fronte a una città che amano tantissimo, ma in cui non vedono prospettive. A tutti dico di non scoraggiarsi. Non mi rimane altro che sperare che qualcosa cambi, ma non può cambiare solo con le nostre forze. Se vogliamo che questa città non muoia bisogna che si aprano delle strade con il coinvolgimento dello Stato e delle istituzioni locali".

Alcuni discorsi che si fanno in questi giorni sono molto simili a quelli che si facevano lo scorso anno. C’è il rischio di trovarsi al 4° anniversario, nel 2013, a ripeterli senza che vi sia stato alcun cambiamento?
"Purtroppo questa prospettiva c’è, ma sarebbe un’eventualità terribile e insopportabile. Mi auguro non sia così. Il popolo aquilano ha bisogno di segni visibili che dicano: ‘Possiamo ricostruire questa città’. Spero che per il quarto anniversario un pezzo importante di ricostruzione della nostra città sia già stato realizzato".

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