Quel “sì” che non sfiorisce

I giovani sposi in un convegno in vista di ''Family 2012''

"Trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia è una delle maggiori sfide di oggi" e, secondo il Families and Work Institute, è motivo di conflitto "per il 59% degli uomini e il 45% delle donne". Lo afferma Carl A. Anderson, supreme Knight (Knights of Columbus), intervenuto ieri sera a Roma alla conferenza pubblica "I primi anni di matrimonio", promossa dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia nell’ambito dell’omonimo seminario di studio che si chiude oggi. Proprio sul tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, di grande attualità anche nel dibattito europeo, è incentrato l’imminente VII Incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio – 3 giugno): "La famiglia: il lavoro e la festa".

Armonizzare lavoro e famiglia. "Lavoro e famiglia sono vocazioni distinte ma connesse", entrambe "innate nell’uomo" e parti della stessa "vocazione al matrimonio", spiega Anderson. Per questo, "più che parlare di bilanciamento" sarebbe preferibile parlare di "armonia". Anziché nemici, "lavoro e famiglia possono supportarsi a vicenda" giacché "il lavoro consente alla famiglia di vivere in modo dignitoso e la famiglia aiuta il lavoratore a vivere nel rispetto della sua dignità". Anderson auspica, quindi, una "armonizzazione" a "livello personale, coniugale, familiare, economico-commerciale e sociale"; mette in guardia dai pericoli di una società che "promuove il lavoro" e svaluta "l’importanza di avere figli" e conclude: "Una migliore armonizzazione di famiglia e lavoro ha effetti sorprendenti sulla società e sulla stessa economia".

Cinque "trappole". Cinque le "trappole" sull’amore di coppia e sulla famiglia "tese" oggi ai giovani", sostiene Francesco Belletti, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari. La prima "trasforma l’uomo contemporaneo in una persona i cui desideri e sogni sono colmati dai beni: le case diventano così discariche di oggetti anziché luoghi di relazioni". Ai giovani viene, inoltre, fatto credere "che l’amore sia solo passione e non progetto sulla vita". La terza "trappola", prosegue l’esperto, "è la distinzione tra sessualità e qualità della relazione, come se la sessualità fosse estrinseca rispetto all’identità; la quarta è che l’amore vive bene se non ha conflitti". Infine "l’idea che l’uomo sia autosufficiente e non abbia bisogno degli altri". Il presidente del Forum mette in guardia anche dalla narrazione "estrema" di famiglia oggi proposta dalla cultura e dai media ai giovani: "O fallimenti o eroismi, senza raccontarne la bellezza nella normalità e quotidianità". Di qui l’invito ad essere vigili perché "anche da questa modalità di rappresentazione dipendono le loro scelte".

Generatività e identità adulta. Sul rapporto generatività-identità adulta si sofferma Eugenia Scabini, direttore del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell’Università cattolica. "Nella concezione di adulto – fa notare – campeggia il versante lavorativo", mentre "è andato pericolosamente in latenza il versante-compito generativo" che "un tempo marcava decisamente la fisionomia dell’adulto", e "il sociale" vede questo compito "in termini privatistici" senza scorgerne "il valore per la collettività". Per questo le generazioni adulte devono trovare il modo di "sostenere il passaggio dei giovani alla condizione adulta" attraverso "politiche sociali e lavorative appropriate ma anche, e contemporaneamente, attraverso un ripensamento della questione identitaria". Secondo l’esperta, "investire in relazioni familiari stabili, assumendosi la responsabilità di mettere al mondo una nuova generazione e prendendosi cura del suo sviluppo, è un aspetto centrale dell’identità adulta che va recuperato" e valorizzato, sia in termini di "caratteristica saliente della personalità adulta", sia in termini di "premialità sociale, in quanto contributo essenziale alla sopravvivenza e al futuro stesso della società".

"Coppia non si nasce, si diventa". Ne è convinto mons. Carlo Rocchetta, teologo e direttore della "Casa della tenerezza" che a Perugia accoglie coppie in difficoltà. Per mons. Rocchetta occorre anzitutto capire "quale relazione si vuole: se deve prevalere il bene oggettivo della coppia e della famiglia o il benessere individuale". Se la relazione viene concepita solo come "funzionale alla gratificazione del singolo – avverte – saranno ben poche le probabilità di ‘successo’". Ma la relazione di coppia è messa a rischio anche "dall’accentuazione dell’aspetto emotivo". Per questo occorre "bonificarla" e aiutare la coppia a "diventare adulta". Qui, sottolinea il teologo, entra in gioco "la grazia del sacramento del matrimonio" che trasforma la relazione rendendola quasi "sovrannaturale per i doni che il sacramento stesso porta". "Solo nella prospettiva trascendente trova il suo significato la vocazione dell’uomo e della donna al dono di sé", afferma Livio Melina, preside dell’Istituto Giovanni Paolo II, ricordando a conclusione della conferenza i coniugi Beltrame-Quattrocchi e Louis e Zélie Martin (genitori di Teresa di Lisieux) come concreti modelli di "santità coniugale".

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