Tracce da non perdere

Una vicenda iniqua

Non trascorreranno un "felice Natale" le centinaia di profughi eritrei, etiopici, somali e sudanesi, prigionieri nel deserto del Nord del Sinai, alla mercé di aguzzini beduini del gruppo Rashaida collusi con elementi palestinesi di Hamas che – con la connivenza del governo egiziano che potrebbe e dovrebbe porre fine a questa tragedia – li stanno sottoponendo ad angherie e abusi di ogni sorta, come testimoniato dai pochi tra loro che sono riusciti a porsi in salvo. Secondo una precisa denuncia dell’organizzazione internazionale "Medici per i diritti umani" e di un’approfondita inchiesta del Gruppo italiano "Everyone" che segue da vicino l’intera vicenda, anche chi – pagando migliaia di dollari di riscatto ottenuti da parenti risiedenti in Europa – riesce a comprarsi la libertà rischia di morire per mano delle guardie di frontiera egiziane, che sparano a vista contro coloro che tentano di varcare il confine con la striscia di Gaza. In base a testimonianze dirette, almeno 8 profughi sono stati finora uccisi nel corso della prigionia, gli ultimi dei quali sono due diaconi protestanti eritrei, che non avevano la possibilità di pagare gli 8.000 dollari di riscatto. Di molti si sono perse le tracce. Si conoscono anche casi in cui in cambio della libertà alcuni prigionieri si sono sottoposti al prelievo di organi.
Papa Benedetto XVI si è unito di recente a molti organismi ecclesiali e civili che da mesi denunciano questa tragica vicenda. Questo ha contribuito finalmente a far muovere la comunità internazionale, incluso il Parlamento europeo che – in una risoluzione del 16 dicembre – ha denunciato in modo deciso la gravità della situazione, invitando il governo del Cairo ad adottare tutte le misure possibili per mettere fine alla tragedia e far liberare i prigionieri. Il Sinai è divenuto di fatto una nuova base nel "traffico di esseri umani". Infatti, oltre al campo di beduini nei pressi di Rafah, sul confine tra l’Egitto e la striscia di Gaza, dove sono rinchiusi i 250 profughi di cui si è a conoscenza, informazioni documentate parlano di altre centinaia di migranti prigionieri in altri campi di beduini. Si sa per certo che almeno 80 dei 250 profughi prigionieri a Rafah sono eritrei. Tutti gli ostaggi dei criminali del Sinai sono persone scampate da conflitti, fame e miseria nei rispettivi Paesi, tuttavia i migranti eritrei sono divenuti l’icona di chi vive aggiungendo tragedia a tragedia.
Chi è riuscito a sfuggire dalle mani dei trafficanti racconta storie simili di soprusi e abusi d’ogni sorta, una volta caduti in mano ai loro aguzzini. Come migliaia di loro connazionali, una volta entrati clandestinamente in Sudan dopo centinaia di chilometri a piedi nel deserto, gli eritrei si affidano a imbroglioni che promettono di farli condurre in salvo in altri Paesi, ma vengono in realtà consegnati a trafficanti Rashaida senza scrupoli, che iniziano il processo di estorsione di soldi e di violenze, fino a quando giungono a destinazione nei campi dove li attende la stessa sorte. Fuggiti dal "gulag" in cui il presidente Isaias Afewerki ha trasformato l’Eritrea, dove domina con mano ferrea, decine di migliaia di persone, soprattutto giovani ma anche molte donne e bambini, si sono dispersi nei diversi Paesi arabi del Nord Africa, sperando invano di raggiungere l’Europa o almeno Israele e finendo, invece, col cadere in una trappola di repressione e violenza peggiore di quella da cui sono scampati.
Il governo di Asmara, naturalmente, risponde alle informazioni sulla tragica sorte dei propri cittadini accusandoli di essersela andata a cercare. Si stima che, tra il 2009 e il 2010, oltre 80.000 eritrei abbiano lasciato il Paese, facendo dell’Eritrea il primo fornitore mondiale di richiedenti asilo politico. Il Sudan ospita 66 mila rifugiati eritrei; la Libia oltre 6 mila. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati, l’arruolamento forzato nell’esercito per uomini e donne, la siccità e la recessione economica spingono ogni mese 1.800 eritrei a tentare la fuga. Ma si fugge anche dalla povertà più nera: la Banca mondiale stima che l’Eritrea sia il Paese più colpito dall’insicurezza alimentare in tutta l’Africa. Il governo è costretto a importare il 40% del cibo e la totalità dei suoi bisogni energetici.
C’è da sperare che il processo di denuncia innescato a livello dell’intera Comunità internazionale conduca l’Egitto, nazione con la maggiore responsabilità per l’incolumità degli ostaggi e dotato degli strumenti necessari a porre fine alla tragedia delle vittime dei trafficanti, a vincere la tentazione di speculare sulla tragedia di tanti innocenti e ad assumere le iniziative politiche e militari necessarie a porre fine una volta per tutte all’immorale traffico aggravatosi in quest’ultimo anno. Basta che esista la volontà politica per farlo cessare, nessuno può addurre motivi sufficientemente validi per giustificare il prosieguo di una vicenda così palesemente iniqua, che contravviene ad ogni più basilare rispetto per la vita e la salvaguardia dei diritti umani fondamentali.

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