La domanda corrente

Lectio magistralis del card. Scola all'Università Cattolica di Lublino

In che modo “la centralità storica e cosmica di Cristo” può ancora “incontrare l’interesse dell’uomo odierno? Cosa offre Cristo alla sua ragione iper-esigente e alla sua libertà spesso insoddisfatta?”. È l’interrogativo intorno al quale è ruotata la lectio magistralis tenuta il 9 dicembre dal cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, presso l’aula Stefan Wyszynski dell’Università Cattolica “Giovanni Paolo II” di Lublino, dove gli è stato conferito il dottorato honoris causa.Modernità e postmodernità. Dopo il saluto del rettore Stanisalw Wilk, cui sono seguite la lettura della delibera del Senato e la laudatio dell’arcivescovo di Lublino, mons. Jozef Zycinski, il card. Scola si è soffermato su “L’insegnamento di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II e l’uomo postmoderno”. Il patriarca di Venezia ha esordito sottolineando il valore dell’Università intestata al Papa polacco, definendo “prestigiosa ed eroica” la sua storia. “Lo spazio di libertà che essa ha rappresentato negli anni bui del comunismo – ha osservato – e la sua disponibilità a confrontarsi oggi con sfide certamente assai diverse ma non meno decisive, sono il segno tangibile della sua alta vocazione”. Testimone “dell’epoca tragica delle grandi ideologie, dei regimi totalitari e del loro crollo, Giovanni Paolo II – ha proseguito il card. Scola – ha avuto una profonda coscienza della transizione dalla modernità a quella che si è ormai convenuto di chiamare la post-modernità” e “ha colto in anticipo l’ingresso dell’umanità in una fase di forte travaglio segnata da nuove tensioni e contraddizioni”.Soggetto personale o “esperimento” di se stesso? Tra queste, dopo la fase di “ateismo radicale e militante” della modernità, “un’attitudine meno agguerrita, ma forse assai più provocatoria nei confronti della religione”, caratterizzata da “un ritorno del sacro” non “privo di ambiguità”. La tendenza attuale attesta di fatto, secondo il patriarca di Venezia, “il permanere di un disincanto universale in cui la fede cristiana, ritenuta da molti pura convinzione soggettiva e non razionalmente documentabile, sarebbe tutt’al più legittimata a sopravvivere accanto alle altre espressioni religiose, in nome di un diritto universale alla differenza”. Mediante “un’applicazione scorretta del principio di uguaglianza si giunge infatti a sostenere che le religioni sono tutte diverse e tutte uguali”. Ulteriore elemento di “tensione”, la “pretesa” del mondo contemporaneo di riconoscere alla scienza sperimentale “l’oggettività che la cultura odierna nega alla fede”. Solo alla scienza sperimentale, ha avvertito il porporato, “spetterebbe, se non una definizione, di certo una descrizione compiuta dell’uomo. Si diffonde sempre più infatti, soprattutto in forza delle strabilianti scoperte nel campo della biologia, della biochimica e delle neuroscienze, una vulgata di timbro scientista che tende a ricondurre tutte le espressioni e le facoltà dell’umano a pure attività cerebrali”. In prospettiva queste “potrebbero, si afferma, diventare addirittura artificiali. In questo senso non sarebbe più possibile, a rigore, parlare di un soggetto personale, dotato di una dignità intrinseca, portatore di diritti e di doveri, ma l’uomo non sarebbe altro che ‘il suo proprio esperimento'”.Una “risposta esauriente”. Queste problematiche, ha evidenziato il card. Scola, impongono “alla fede cristiana una svolta cruciale” mentre la “domanda corrente” oggi non è più: “Esiste Dio?”, bensì: “Come nominare Dio oggi, come narrare di Lui all’uomo?”. Per parlare di Dio, ha spiegato, “si deve azzardare l’ipotesi che sia Dio stesso ad abilitare l’uomo a divenirgli familiare”. “Per incontrare Dio l’uomo postmoderno” dovrà allora cercarlo “sulle vie lungo le quali” egli stesso, “essere che esiste ma non ha in sé il principio della propria esistenza, si attesta”. Tre quelle indicate da Giovanni Paolo II: la comune esperienza umana; la persona in relazione, ossia il rapporto uomo-donna; il dolore salvifico, ovvero l’esperienza della fragilità, della malattia e della morte che lo stesso Pontefice ha dimostrato essere inseparabile “dalla domanda di salvezza e di redenzione”. Dopo avere rievocato la “proposta di Dio” formulata da Giovanni Paolo II nelle tre “encicliche trinitarie”: “Redemptor hominis”, “Dives in misericordia” e “Dominum et vivificantem”, il card. Scola ha fatto notare che Cristo offre all’uomo “una risposta esauriente” senza “annullarne la libertà dal momento che” Egli “non pre-decide il dramma del singolo” ma, “rivelandosi ad un tempo non solo come redentore universale ma anche come capo della creazione, si attesta come l’Evento che spiega l’uomo all’uomo”. “In tale Evento la libertà infinita” di Dio “si piega” sulla “libertà finita dell’uomo, liberandola”. Dunque, secondo il patriarca di Venezia, “la cristologia non surroga l’antropologia e quest’ultima può fare alla prima tutto il suo indispensabile spazio”. “Nella persona storica di Gesù Cristo – è la conclusione del card. Scola – si trovano veramente unificate e proiettate, nell’escatologia del mondo nuovo/cieli nuovi, tutte le dimensioni antropologiche”.

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