Campi e frontiere

Ue: agricoltura e pesca tra mercato, ambiente e povertà

Il 13 dicembre, i ministri dell’agricoltura e della pesca dell’Unione europea si sono riuniti a Bruxelles. All’ordine del giorno avevano un primo dibattito di orientamento sulla politica agricola europea dopo il 2013. Il 18 novembre, la Commissione europea aveva adottato una comunicazione intitolata “La politica agricola comune (Pac) all’orizzonte del 2020: Alimentazione, risorse naturali e territorio – identificazione delle sfide del futuro”. E’ sulla base di tale testo che ha avuto luogo il primo scambio di opinioni tra i ministri. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione durevole delle risorse naturali e il mantenimento di un equilibrio territoriale sarebbero, secondo la Commissione, i tre obiettivi principali della futura Pac. Tra gli strumenti per raggiungere tali obiettivi, i pagamenti diretti sono quelli che detengono il ruolo principale. Suddivisi in maniera più equa tra gli agricoltori dei “vecchi” e dei “nuovi” Stati membri e assegnati esclusivamente agli “agricoltori attivi”, tali pagamenti potrebbero essere differenziati, secondo la Commissione, tra un sostegno al reddito di base, un pagamento obbligatorio su base ambientale, un pagamento complementare per chi sfrutta zone con limitazioni naturali specifiche e infine un pagamento associato ai volumi di produzione, ma con un tetto massimo e riservato ad alcuni settori e regioni.Questa proposta ha ricevuto un’eco favorevole dal Parlamento europeo, soprattutto per quanto riguarda il pagamento su base ambientale, ma numerosi governi e i principali sindacati agricoli si sono – per ragioni diverse – mostrati reticenti se non ostili alle idee proposte. Troppo complesse, troppo costose, troppo ecologiche, erano i commenti di vari ministri attorno al tavolo relativo a questa parte del primo pilastro della Pac, dove, a differenza del secondo pilastro, la politica dello sviluppo rurale sfugge alla regola del co-finanziamento dai parte dei governi nazionali. L’altro elemento del primo pilastro è l’arsenale delle misure di mercato, quali l’intervento pubblico, l’aiuto allo stoccaggio privato o ancora un migliore funzionamento della catena alimentare per aumentare la quota di valore aggiunto per gli agricoltori. La loro importanza è notevolmente diminuita. Mentre nel 1991 le misure di mercato rappresentavano il 92% delle spese della Pac, la loro quota del budget Pac non raggiungeva che il 7% nel 2009. Spesso criticati per i loro effetti nefasti sui contadini dei Paesi poveri, gli aiuti alle esportazioni dei prodotti agricoli europei sui mercati mondiali sono destinati a sparire completamente durante i negoziati sul ciclo di Doha all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Già da qualche anno le somme destinate a tale misura si sono drasticamente abbassate: nel 2009 sono stati assegnati soltanto 649 milioni di euro agli aiuti all’esportazione, mentre nel 1993 questi arrivavano ancora a 10,2 miliardi di euro.Quest’ultimo aspetto è anche una buona notizia per concludere l’Anno europeo 2010 per la lotta contro la povertà. Durante un seminario di dialogo con la Commissione europea a luglio, mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente di Caritas Italia, aveva invitato i rappresentanti delle istituzioni europee a prestare attenzione anche alla povertà al di là delle frontiere europee. Un contributo per combatterla sarà costituito dalla scomparsa definitiva degli aiuti all’esportazione che consentirà un migliore sviluppo delle produzioni locali, e la crescita agricola è cinque volte più efficace nel ridurre la povertà estrema rispetto alla crescita di qualsiasi altro settore economico (vedi il contributo di Luc Christiaensen al Forum Mondiale sull’Agricoltura, 29 – 30 novembre 2010)Al contrario, l’idea di un’apertura totale delle frontiere europee alle importazioni agricole deve essere esaminata con cautela, perché si rischia di promuovere le monoculture su scala industriale. “La dottrina sociale della Chiesa,…, suggerisce di valorizzare l’impresa familiare proprietaria della terra che essa coltiva direttamente”. Questa presa di posizione da parte del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace del 1997 potrebbe ancora orientare tanto i negoziati sulla Pac che quelli interni all’Omc.

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