Una bella pagina

Il gesuita Raffaele de Ghantuz Cubbe ''Giusto fra le nazioni''

"Il suo coraggio e la sua compassione lo hanno portato a salvare la vita ad ebrei. Onorando la sua memoria evidenziamo il suo coraggio personale ma ricordiamo anche quello dei molti religiosi che in Italia, e a Roma in particolare, si distinsero nel salvataggio di ebrei. È stato certamente il loro istinto umanitario, ma sarebbe poco saggio dubitare che hanno agito senza il consenso dei loro superiori e delle massime autorità cattoliche". Lo ha dichiarato Mordechay Lewy, ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, in occasione della consegna della medaglia di "Giusto fra le nazioni", attribuita dall’istituto Yad Vashem di Gerusalemme, al gesuita Raffaele de Ghantuz Cubbe. Quest’ultimo, durante l’occupazione tedesca, salvò la vita a tre giovani ebrei romani, Marco Pavoncello e i suoi cugini Mario e Graziano Sonnino, ospitandoli dal 1943 al 1948, presso il Nobile Collegio Mondragone di Frascati. Nel collegio i tre trovarono "un ambiente accogliente e rispettoso" grazie proprio a padre Cubbe, che "non tentò mai di convertire i tre alla religione cattolica". L’onorificenza è stata consegnata, il 14 dicembre, dall’ambasciatore Lewy al nipote del religioso, deceduto a Roma nel 1983, alla presenza di Livia Link, consigliere per gli Affari pubblici e politici dell’ambasciata d’Israele a Roma presso il Quirinale. Nel presentare il gesuita, Link lo ha definito "rappresentante della nobiltà del genere umano".

Gesto di ringraziamento. I "Giusti fra le nazioni" sono coloro che, pur non essendo ebrei, rischiarono e spesso persero la vita per salvare quella di un ebreo, di una famiglia ebraica o di intere comunità. Donne e uomini, il cui senso di giustizia e di amore fu più forte della paura e della morte. Ai Gentili (cioè non ebrei) Giusti, è stato ricordato nel corso della cerimonia, "gli ebrei d’Europa devono particolare riconoscenza, poiché è anche merito loro se il piano nazista non è riuscito fino in fondo". Nel 1953 il Parlamento israeliano ha incaricato l’istituto Yad Vashem di Gerusalemme, il museo-monumento dedicato alla Shoah, di accordare il termine di "Giusti fra le nazioni" a coloro che rischiarono le loro vite per salvare ebrei, come gesto di ringraziamento a nome di tutto il popolo ebraico. Un giudice della Corte suprema presiede un comitato di personalità pubbliche che assicura che i nominati abbiano agito in territori controllati da truppe tedesche o da loro alleati e collaboratori, mettendo a rischio la propria incolumità, senza ricevere compensi di sorta. Nel 1962, presso lo Yad Vashem, è stato inaugurato il "Viale dei Giusti" dove vengono piantati tutt’oggi alberi in loro onore e memoria. Dal 1963 al 2010 sono stati proclamati circa 23 mila Giusti, dei quali circa 500 sono italiani.

La vera risposta al negazionismo. Il significato dei "Giusti" è stato ricordato anche da Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma: "I giusti fra le nazioni sono la risposta al negazionismo. Essi, con i sopravvissuti, sono i migliori testimoni della Shoah, dimostrando che in quel tempo buio era possibile fare una scelta, che si poteva salvare una vita. Abbiamo bisogno di raccontare questa pagina bella dell’umanità in cui il bene si è opposto al male, a partire dalle scuole". "Questa cerimonia non serve a lavarsi la coscienza – ha aggiunto Pacifici – dietro ogni riconoscimento c’è una seria ricerca dei ‘giusti’ necessaria per rimarcare il debito di riconoscenza verso queste persone". Sono circa 500 gli italiani insigniti di tale onorificenza, unico riconoscimento civile israeliano, ed è "forse venuto il tempo – ha rimarcato il presidente della Comunità romana – di vedere quanti, fra questi, sono i religiosi. Io stesso non sarei qui se dei religiosi non avessero salvato i miei genitori". Tuttavia, ha sottolineato Pacifici, "proprio per fare emergere la grandezza dei giusti e della Chiesa, non dobbiamo dimenticare come, a fianco di conventi che hanno aperto le loro porte, ce ne sono stati altri che le hanno chiuse, o aperte solo dietro un compenso. E quando il denaro era finito, molte famiglie sono state mandate via. Dobbiamo dire tutto per mettere ogni casella al suo posto; non faremmo onore alla Chiesa se non lo facessimo. Non possiamo tenere nascosto che molti conventi hanno accolto criminali nazisti e li hanno aiutati a ottenere un passaporto per espatriare". "I ‘Giusti fra le nazioni’ sono la vera risposta al negazionismo", ha ribadito il capo della Comunità ebraica romana, che ha annunciato che "anche Roma, nel giro di un paio di anni potrà avere, al pari di altre capitali internazionali, il suo museo della Shoah. Questo sarà ospitato a Villa Torlonia, luogo che per gli ebrei ha un doppio significato: qui si trovano, infatti, le catacombe ebraiche che risalgono a prima di Tito, a prima della distruzione di Gerusalemme e dell’esilio degli ebrei portati a Roma come schiavi. Gli ebrei sono arrivati a Roma liberi già prima dei cristiani. Nello stesso tempo, è la residenza di Mussolini. Avrebbe mai potuto immaginare Mussolini che proprio nella sua residenza sarebbe nato un museo della Shoah? Credo che questa sia una rivincita della storia".

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