Il dopo-Cancun

Chiude la conferenza Onu sul clima

Definire il dopo-Kyoto e stabilire regole certe, vincolanti, per limitare il riscaldamento del pianeta. Indicare una strategia mondiale (il dopo-Cancun?) per contrastare il cambiamento climatico. Aiutare i Paesi in via di sviluppo a ridurre le fonti di inquinamento e, più ancora, prepararli a fronteggiare i disastri legati ai mutamenti del clima. Sono fra i temi discussi alla conferenza Onu di Cancun, che volge al termine: aperta il 29 novembre, chiude i battenti il 10 dicembre (cfr SIR Europa 85/2010). Paesi sviluppati e Paesi poveri. Per tracciare un bilancio dei lavori, delle discussioni, delle decisioni assunte e di quelle mancate nella località messicana occorrerà riflettere a giochi ultimati. Nel frattempo si evidenzia, in maniera sempre più lampante, che il pianeta “soffre” per i gas a effetto serra e che un cambio di rotta è necessario. Si tratta di capire come intervenire, ma comunque occorre farlo. I Paesi e le regioni del mondo di più antica industrializzazione (Europa, Stati Uniti), e con stili di vita meno rispettosi dell’ambiente, puntano l’indice sui nuovi “inquinatori”, come Cina e India. Questi ultimi reclamano il diritto a una crescita economica impetuosa (e sregolata), che certo non risparmia l’atmosfera né pare sensibile alla qualità della vita dei cittadini. Poi ci sono i Paesi più poveri, in fondo alla scala dello sviluppo, che vorrebbero una crescita accelerata, e che per ora devono fare i conti con gli effetti perversi di un cima minaccioso, che non risparmia carestie, innalzamento dei mari, desertificazione. Onorare gli impegni di Kyoto. In realtà nessuno pare avere i conti in regola con la natura. L’Unione europea, però, è giunta a Cancun vantando “strategie” e “misure”, attuate a livello Ue e nazionale nell’ultimo decennio, intese a “onorare, o superare, gli impegni assunti nel quadro del protocollo di Kyoto”. Lo si legge in un ampio documento steso dalla Commissione Barroso, che ha accompagnato la trasferta dei rappresentanti dell’Unione al summit delle Nazioni Unite. “I 15 Stati membri dell’Ue al momento dell’adozione del protocollo di Kyoto si sono impegnati – vi si legge – a ridurre collettivamente le loro emissioni dell’8% rispetto all’anno di riferimento scelto (1990 nella maggior parte dei casi) nel corso del periodo 2008-2012. Nel 2009 le emissioni erano diminuite di quasi il 13%, e le previsioni sulle emissioni future indicano che la riduzione ottenuta potrebbe alla fine raggiungere il 14,2%”. I 10 altri Stati membri, che hanno fatto ingresso nella comunità fra il 2004 e il 2007 e “il cui obiettivo di riduzione è fissato al 6 o all’8% a seconda dei casi, sono anch’essi a buon punto per raggiungere il loro obiettivo”. Una legislazione “vincolante”? Per il 2020 l’Ue ha assunto “l’impegno unilaterale di ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra del 20% rispetto ai livelli del 1990, e ha anche fissato l’obiettivo di produrre il 20% della sua energia a partire da fonti rinnovabili”. Vi è un terzo impegno, quello di risparmiare il 20% di energia mediante l’efficienza delle reti e la riduzioni degli sprechi. La Commissione ritiene, a questo punto, che l’Ue “è la sola regione del mondo ad avere adottato una legislazione vincolante che garantisce il rispetto degli obiettivi fissati per il 2020”. Ma parlare di legislazioni vincolanti nell’Ue è, in vari ambiti, quanto meno un azzardo. L’Ue ha poi presentato una “offerta condizionata”: ossia “aumentare al 30% la riduzione delle sue emissioni entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990 nel quadro di un accordo mondiale complessivo sul clima per il dopo 2012, purché altre grandi economie si impegnino a dare il loro giusto contributo a questo sforzo”. Tabella di marcia e aiuti. I Ventisette hanno stabilito di riesaminare la situazione dopo la conferenza di Cancun, “considerando tra l’altro le opzioni per andare oltre l’obiettivo di riduzione del 20%”. L’Esecutivo sostiene che i dati scientifici “dimostrano che per evitare un riscaldamento del pianeta superiore a 2° centigradi entro il 2050 occorrerà ridurre le emissioni mondiali di almeno la metà dei livelli del 1990”. In questo contesto “e in linea con la responsabilità dei Paesi sviluppati”, l’Unione ha fissato l’obiettivo di ridurre entro il 2050 le sue emissioni “dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990”. In questo senso è in preparazione la tabella di marcia per “illustrare la strategia per raggiungere tale obiettivo e attuare con successo il passaggio verso una società a bassa emissione di carbonio”. Tabella di marcia promessa per l’inizio del 2011. Sempre a Cancun l’Europa comunitaria si è fatta forza ponendo sul tavolo un altro argomento. Infatti essa è il primo donatore mondiale ai Paesi in via di sviluppo, e solo nel 2008 ha fornito più del 60% degli aiuti connessi alla lotta contro i cambiamenti climatici. “Oltre all’aiuto allo sviluppo tradizionale, l’Ue si è impegnata a fornire finanziamenti rapidi pari a 7,2 miliardi di euro nel periodo 2010-2012” per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a ridurre le loro emissioni. (2 – fine)

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