Prima che spariscano” “

Don Mussie Zerai al SIR

"La situazione dei 250 profughi eritrei, ma anche di altre nazionalità, è drammatica. Sono stati resi schiavi dai loro sequestratori che li tengono in catene, sotto scacco della violenza, costretti a chiamare i loro parenti e familiari per chiedere il riscatto. Chi non paga viene marcato a fuoco così da costringere la famiglia a pagare. Tra loro anche donne incinte e bambini, costretti a vivere in condizioni igienico-sanitarie impressionanti. E la cosa appare ancora più incredibile se si pensa che siamo solo a due ore di volo dall’Italia e che nella stessa area ci sono migliaia di turisti che passano le loro vacanze. Ma non sanno cosa sta accadendo tra le montagne di quella terra. Questa è la triste attualità". Non usa mezzi termini don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo (Ahcs) – nata nel 2006 con l’obiettivo di svolgere attività di volontariato in favore di richiedenti asilo, rifugiati, beneficiari di protezione umanitaria presenti in Italia – per raccontare al SIR il dramma dei profughi africani prigionieri da settimane di trafficanti nel deserto del Sinai.

Attualità, spiega il sacerdote, che "è frutto anche di una certa politica migratoria che non fa distinzione tra chi emigra per cercare un lavoro e migliorare la propria vita e chi fugge dalla guerra, dalla dittatura e dalla persecuzione e arriva da noi per chiedere protezione. In Europa, ormai, si registra la tendenza a chiudere le frontiere senza tenere conto di Convenzioni e Trattati che garantiscono protezione e asilo. Questi respingimenti in atto nel Mediterraneo non considerano questa drammatica situazione in cui versano molti immigrati". Proprio per "perorare la causa" di questi immigrati e per cercare di trovare una soluzione al sequestro, padre Zerai, oggi (7 dicembre) è stato in Senato: "Erano presenti giornalisti e senatori che hanno promesso che avrebbero presentato al ministro degli Esteri la vicenda e fatto pressione sull’Ue che non sta muovendo un dito per questa gente. Se oggi ci troviamo in questa situazione è anche per una politica migratoria basata su accordi bilaterali fatti con i Paesi del Mediterraneo ai quali è stato affidato il compito di bloccare gli arrivi, senza preoccuparsi di come ciò avvenga e se nel rispetto dei diritti fondamentali". Esemplare a riguardo la testimonianza, raccolta dal sacerdote, di una donna con il figlio di 8 mesi, ostaggio dei trafficanti: "Questa donna, e il suo bambino, è stata respinta il 6 giugno scorso, dalle motovedette offerte dall’Italia alla Libia. È accaduto, infatti, che alla vista delle navi, gli immigrati hanno pensato che queste li avrebbero portati sulle coste italiane, mentre invece a bordo hanno trovato i libici che li hanno condotti nelle carceri locali. La donna è stata detenuta per ore al buio con il bimbo. A quel punto non c’era altra strada che provare ad andare in Israele passando per il Sinai dove sono stati sequestrati dai predoni".

Il sacerdote eritreo è la voce dei 250 ostaggi con i quali parla ogni qualvolta i sequestratori danno loro il permesso di chiamare. "La telefonata – racconta – serve a fare pressione per ottenere il pagamento del riscatto che è fissato per 8 mila dollari a testa. Per il momento sappiamo che gli eritrei ne avevano versati 2.000 per essere portati al confine israeliano, e poi altri 500 domenica allo scadere dell’ultimatum. Soldi pagati dalle famiglie per evitare l’uccisione dei loro congiunti. Non ho provato a mediare anche perché non parlo arabo come i trafficanti. Fino ad oggi mi sono limitato a denunciare e a riferire quanto le persone detenute mi riferivano".

A questo punto si profila il rischio che gli ostaggi "vengano trasferiti altrove e si perdano le loro tracce". "Il tam tam mediatico che è cominciato grazie anche all’appello di Benedetto XVI, domenica scorsa all’Angelus, infatti, sembra aver rotto la cortina di silenzio che fino ad oggi avvolgeva questa vicenda – dice don Zerai – e i trafficanti potrebbero decidere di muoversi per non essere localizzati. Da parte nostra abbiamo trasmesso alle autorità tutte le indicazioni che siamo riusciti a ricevere dai sequestrati. Io stesso le ho fornite al sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, e via mail all’Ufficio italiano ed egiziano dell’Unhcr, con la richiesta di inoltrare tutto alle autorità egiziane, insieme al numero della scheda telefonica utile alla loro localizzazione. Per questo bisogna fare presto per individuare il luogo dove sono tenuti".

"Credo non si debba pagare nulla, quello che è stato già versato è già troppo. Pagare significa alimentare questo traffico di esseri umani – afferma il sacerdote – sono lo Stato, la comunità internazionale, a dover intervenire per liberare queste persone e garantire loro un’accoglienza degna e protezione. L’Egitto, che ha ratificato la Convenzione di Ginevra, è tenuto ad adoperarsi in questo senso. La soluzione del caso deve essere raggiunta trattando senza cedere al pagamento. La pressione internazionale è fondamentale per ottenere il riconoscimento dello stato di diritto".

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