Con gesti e parole

Intervista con Paola Bignardi

“Rieducare alla vita è restituire alla vita la sua consapevolezza e umanità nel senso più vero del termine” recuperandone e valorizzandone “le dimensioni legate non all’efficienza, bensì ai significati del vivere”. Ne è convinta Paola Bignardi, pedagogista, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica e attualmente membro del Comitato per il progetto culturale promosso dalla Cei, intervistata dal SIR, mentre rischia di diventare argomento di contrapposizioni ideologiche e di perorazione di un presunto “diritto a morire” anche un gesto disperato come il suicidio, nei giorni scorsi, del regista Mario Monicelli.

Un atto così disperato può essere considerato “estremo scatto di volontà” e “gesto di libertà” come affermato da qualcuno?
“No. Il suicidio mi sembra un gesto di disperazione e di estrema solitudine che deve essere guardato con profonda compassione e partecipazione umana. Di fronte alla morte autoinflitta e alla voragine di dolore che l’ha determinata, non resta che un silenzio dolente e rispettoso che porti a chiedersi se si è fatto tutto ciò che si doveva fare per essere più vicini a chi ha assunto una decisione così drammatica, e a riflettere sul significato della vita”.

Che ricadute hanno in termini educativi i frequenti tentativi di legittimare in qualche modo l’introduzione del cosiddetto “diritto a morire” e, allo stesso tempo, la rimozione culturale della sofferenza e della morte o l’idea che vi possano essere vite non degne di essere vissute?
“Già oggi questi atteggiamenti si riflettono sulle nuove generazioni inducendole a pensare che la vita valga a certe condizioni: a patto che godiamo di buona salute, siamo giovani ed efficienti. Quando queste condizioni vengono meno anche la vita sembra perdere dignità e significato. È come se si stabilisse una gerarchia di valore, si parla di ‘qualità della vita’; per questo le sue espressioni più drammatiche vengono oscurate perché ritenute inquietanti. È in corso un profondo mutamento antropologico che lascia ai margini i più poveri e i più deboli, abbandonandoli alla loro solitudine quasi fossero un’umanità di serie B. Tuttavia, man mano che si restringe l’orizzonte dell’uomo e viene estromessa dalla vita la prospettiva di Dio, la vita stessa si impoverisce. Un’esistenza priva di dimensioni trascendenti si riduce a una vita ‘su misura’ dell’uomo, del quale rispecchia tutti i limiti. Rassicurante solo in apparenza; nei momenti più duri la mancanza di prospettive ‘alte’ e di speranza può farla sembrare insopportabile”.

Quali i linguaggi più adatti per “rieducare” alla vita?
“Anzitutto quelli che non fanno leva sull’emotività. L’obiettivo non è irretire o commuovere, ma convincere con le ragioni della pacatezza e dell’equilibrio. Occorre interrogarsi sulla cultura nella quale viviamo, che è un insieme di linguaggi, gesti, stili di comportamento. A mio avviso il primo linguaggio che dovremmo recuperare è quello dei gesti. Si parla del valore della vita nella misura in cui, anche nelle sue condizioni più fragili e compromesse, si è capaci di accoglierla mostrandole rispetto e attenzione. Se compiuto non nella privatezza quasi nascosta di chi lo sceglie, ma assunto anche come stile del vivere sociale, questo gesto diventa un linguaggio importante che dice il valore della vita di ognuno, in qualsiasi condizione. Certo, i gesti hanno sempre bisogno di essere accompagnati dalle parole. Forse bisogna togliere le esperienze fragili della vita dal silenzio nel quale le abbiamo avvolte e confinate. Bisogna ammettere che talora ci mancano le parole per dire il dolore, la malattia, la solitudine, esperienze oggi relegate nel privato di ciascuno. A chi vive queste condizioni manca la possibilità di comunicarle agli altri: sulla dimensione più debole dell’esistenza c’è una sorta di congiura del silenzio”.

Come “risollevare” questo “sipario”?
“Ritornare a parlare con coraggio e pacatezza della malattia, della sofferenza e della morte come di dimensioni naturali della vita umana può essere un modo per iniziare a restituire ad esse dignità nella nostra cultura”.

Da dove cominciare?
“Dalla famiglia. L’efficacia delle esperienze educative è proporzionata all’autorevolezza delle sedi in cui vengono proposte. Secondo me è la famiglia il luogo privilegiato in cui si devono trovare sia le parole per dire il dolore, sia il calore per accogliere le persone più fragili – anziani e malati, a cominciare dai nonni o dai vicini di casa abbandonati a se stessi. È anzitutto in famiglia che si insegna e trasmette la ‘passione’ per la vita. Ma l’educazione alla vita – come qualsiasi genere di educazione – costituisce un impegno a 360° cui nessuno può far fronte da solo: in sinergia con la famiglia si devono muovere la comunità cristiana e anche la scuola. Quest’ultima, in particolare, ha tra le mani uno straordinario strumento: la cultura umanistica. Deve solo avere il coraggio di utilizzarlo. Rieducare alla vita è restituire alla vita la sua consapevolezza e la sua umanità nel senso più vero del termine; al riguardo il compito di riflessione della cultura non è di secondo piano. Attraverso l’esperienza di chi ha vissuto prima di noi occorre aiutare i ragazzi a capire la fatica e la bellezza dell’esistenza che hanno tra le mani. Anche con il suo limite, la malattia e la morte. Recuperare e valorizzare queste dimensioni, legate non all’efficienza, bensì ai significati del vivere, è il percorso che è urgente intraprendere abbandonando certe frettolose pretese di tecnicismo della cultura di oggi”.

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