Un dibattito responsabile

Approvato alla Camera il ddl di riforma

Voto favorevole della Camera per il disegno di legge di riforma dell’università: il ddl è stato approvato con 307 sì, 252 no e 7 astenuti. Il ddl non è ancora legge, visto che deve tornare al Senato per il voto definitivo. Ma a Palazzo Madama l’approvazione è scontata. Intorno al provvedimento è in corso da settimane un acceso dibattito. Il SIR ha raccolto i pareri al riguardo di Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa, e Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia all’Università di Messina.

"Coscienza della società" e "luogo privilegiato di ricerca e formazione della persona". Secondo Giuseppe Dalla Torre, sono questi i principali compiti dell’università, oggi troppo spesso "dimenticati"; per questo il dibattito sulla riforma deve recuperarne "l’ideale più alto". "Le polemiche di questi giorni non rendono giustizia a ciò che è effettivamente l’università italiana – dichiara –. Tutti sanno che essa è affetta da diversi problemi, il primo dei quali è ovviamente quello di carattere economico-finanziario, però presenta anche molti elementi positivi. Il fatto che ci si lamenti per la fuga di cervelli dal nostro Paese significa che la nostra università questi cervelli li sa formare; il problema è piuttosto quello di riuscire a trattenerli, ma qui ci si scontra con la cronica mancanza di risorse". Anche "la ricerca di base, quella che in genere non interessa al mondo imprenditoriale, sconta la mancanza di adeguati finanziamenti". Da anni, prosegue il rettore, "si parla in modo negativo del sistema universitario italiano, ma a mio avviso il giudizio dovrebbe essere più equilibrato. Certi attuali ‘difetti’ del sistema sono stati voluti dal legislatore. Forse alcuni atenei ne hanno abusato, ma è innegabile che il sistema del tre più due abbia portato alla moltiplicazione dei corsi".

Giudizio "nel complesso non negativo". "In quanto rettore – afferma ancora Dalla Torre – mi sento colpito dalle critiche che vengono mosse al sistema universitario nazionale senza tenere conto, ad esempio, dell’enorme sforzo compiuto dall’università che, pur con mezzi sempre più limitati, in vent’anni si è trasformata da università d’élite in università di massa. Un passaggio che ha implicato la necessità di colmare il divario tra la preparazione conseguita da molti studenti provenienti da scuole secondarie non adeguate e il livello richiesto dai corsi universitari". In tema di governance, prosegue Dalla Torre – forse il ddl ingessa un po’ gli organi di governo degli atenei; tuttavia occorre rendere questi organi meno impacciati dai legami con le loro basi elettive e collegarli maggiormente con il mondo imprenditoriale e la società civile. Per il resto, il vero, unico, grande problema, oggi difficilmente risolvibile per le note ragioni di carattere generale, è quello dei finanziamenti". Il giudizio del rettore sul ddl "non è nel suo complesso negativo". Il testo, rileva, "potrebbe essere perfezionato, ma definisce finalmente una precisa configurazione anche temporale alle scadenze concorsuali, e questo è molto importante. Il blocco dei concorsi degli anni scorsi ha effettivamente paralizzato non solo i passaggi da una fascia all’altra, ma anche tutta una generazione di giovani ricercatori".

No a "derive demagogiche". Secondo Dalla Torre "rimettere in moto questo meccanismo" è "molto positivo". "Mi sembra importante – aggiunge – anche il puntare maggiormente sul merito. Non c’è dubbio che esistano zone d’ombra costituite da chi, una volta conquistata la propria collocazione in università, non prosegue con adeguato impegno nella ricerca. Senza un sistema di incentivazioni o di sanzioni, come può essere quello del finanziamento alla ricerca, questo problema rischia di cronicizzarsi". Più in generale, osserva il rettore della Lumsa, "oggi è urgente sottrarre il dibattito sulla riforma alle logiche di schieramento e proteggere l’università dalle derive demagogiche. Occorre guardare ad essa pensandola anzitutto come sede di ricerca, produzione e trasmissione del sapere e della cultura; luogo decisivo di formazione ed educazione della persona a essere un membro consapevole, competente e attivo della società. Spesso ci siamo lasciati prendere dall’idea di una formazione direttamente professionalizzante tradendo, da questo punto di vista, l’ideale più alto di università". Il "patrimonio delle conoscenze – conclude – deve invece radicarsi in un’idea autentica di uomo e perseguire l’obiettivo di ‘costruire’ cittadini in grado di contribuire concretamente al progresso di tutta la comunità".

Un testo "molto problematico". "Per dare agli atenei strumenti nuovi e idonei a realizzare la propria vocazione di ricerca e formazione e ad affrontare le profonde trasformazioni sociali e culturali in corso nel Paese" è "necessaria una riforma organica del sistema universitario". Ne è convinta Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia all’Università di Messina, che tuttavia definisce "molto problematico" il testo del ddl, in particolare per "l’introduzione nel pubblico del privato", ed auspica che "non prevalga la legge dell’economia". "Cultura, ricerca e formazione – spiega – dovrebbero rispondere a logiche diverse rispetto a quelle del mercato. Lo Stato dovrebbe garantire all’università risorse finanziarie in maniera unitaria, al Nord come al Centro come al Sud, senza cadere nella tentazione che sia il mercato a dettare le regole". Oggi, prosegue Ricci, "con il ddl Gelmini e l’inserimento dei privati nell’università statale vi è il rischio che i poteri economici e finanziari possano in qualche modo ‘pilotare’ i processi di formazione". "Ciò non significa – chiarisce la docente – che all’interno di uno Stato democratico non vi debba essere spazio per università private come ad esempio la Cattolica, la Lumsa, la Luiss o la Bocconi, portatrici di idee, proposte e strategie culturali di grande valore". Diverso, invece, quando "il privato entra all’interno della struttura dell’università statale".

Non prevalga la "legge dell’economia". "Entrando nei consigli d’amministrazione degli atenei – spiega Ricci – la grande industria potrebbe favorire ad esempio alcuni, magari pochi, centri di eccellenza lasciando senza risorse le università più periferiche e costringendo gli studenti a spostarsi. Una prospettiva che impensierisce quanti hanno a cuore l’università e la chiarezza dei suoi obiettivi; anzitutto il mettere al centro gli studenti, la classe che in futuro avrà in mano il destino del Paese, e poi il pluralismo di espressione". Per Ricci "è questa la vera minaccia di una riforma che non tenga conto che è compito dello Stato fornire alla società civile le potenzialità economiche, certo con modalità ben controllate e processi di gestione trasparenti, per mettersi al servizio dei cittadini". La docente respinge ciò che definisce "la retorica passatista dello strapotere dei baroni". "In quarant’anni – afferma – io non l’ho mai visto. Tranne rare eccezioni mi pare che intorno all’università ruoti molta confusione e demagogia; messaggi che generano sconcerto presso l’opinione pubblica e ai quali contribuiscono anche i media. Vorrei spezzare una lancia a favore di centinaia di docenti che fanno il loro dovere con coscienza". Ricci si dice favorevole a "regole più trasparenti" e a "criteri di meritocrazia; valenze che vanno assolutamente rafforzate". Nell’attuale università secondo Ricci manca "una consapevolezza unitaria riguardante tutto il popolo accademico: studenti, docenti, amministrativi, rettori. L’università è una struttura che andrebbe vista nel suo complesso mentre a volte spinte corporativistiche creano fronti di separazione tra questi corpi che dovrebbero invece potenziarsi a vicenda". Premiare gli atenei virtuosi "può essere una pratica sana, a patto che nella valutazione non prevalga la legge dell’economia: i parametri non devono essere la quantità, ad esempio delle pubblicazioni dei docenti, ma la qualità". Allo stesso modo "occorre tenere distinti i ritmi di ‘produzione’ delle facoltà scientifiche, più accelerati dei ‘tempi lunghi’ delle facoltà umanistiche".

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