Incontri di speranza

I pellegrinaggi per incoraggiare i cristiani locali

“Brevivet, il valore dell’esperienza”: è stato questo il tema del convegno promosso dalla “Brevivet”, tour operator italiano leader nel settore dei viaggi culturali e di carattere religioso che si è svolto a Istanbul dal 18 al 21 novembre. Oltre sessanta tra giornalisti, incaricati diocesani per i pellegrinaggi e operatori del settore, legati a Brevivet, provenienti da Israele, Libano, Siria, Tunisia, Giordania, Slovenia, Polonia, Svizzera, Turchia e Italia, si sono confrontati sul tema del pellegrinaggio – definito da Giovanni Sesana, presidente “Brevivet”, “un passaporto per la pace”, uno strumento che, è stato ricordato nel Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, “permette di incontrare e incoraggiare le comunità cristiane locali, pietre vive della Chiesa”.La porta sempre aperta. Un concetto ribadito da diversi religiosi e religiose presenti in Turchia che hanno portato la loro testimonianza al convegno. L’urgenza del dialogo ecumenico ma soprattutto di quello interreligioso passa anche per il pellegrinaggio e “per i pellegrini che aiutano le piccole comunità cristiane locali a non sentirsi sole ma parte della Chiesa universale”. Parole sentite, “non scontate”, in quanto frutto dell’esperienza quotidiana di “essere minoranza”, con tutto quello che questo comporta, come il “non poter ricevere l’Eucarestia perché non abbiamo un prete” come detto da suor Isabella Sartori che, insieme a suor Serena Vanzetta, forma la piccola comunità della Fraternità Gesù Risorto, residente nella città turca di Konya dove si trova la chiesa di san Paolo, memoria della predicazione dell’Apostolo delle genti alla giovane comunità cristiana di Ikonio. “La nostra presenza qui – ha spiegato la giovane religiosa – vuole essere un ringraziamento della diocesi di Trento, da cui veniamo, a questa terra. Furono, infatti, monaci dalla Turchia a portarci il Vangelo. Oggi a Konya accogliamo, nell’unica chiesa della città, i pellegrini che arrivano ed anche i musulmani che vogliono visitarla. La porta della chiesa è sempre aperta ed è un modo per invogliare la gente del posto ad entrare e magari a fare domande. Così facendo ci conosciamo reciprocamente e dialoghiamo. I cristiani sono pochissimi ma da qualche tempo sono arrivati profughi caldei e siriaci iracheni. Dobbiamo ringraziare i pellegrini che arrivano da noi, è grazie a loro che possiamo ricevere l’Eucarestia, in quanto non abbiamo un sacerdote. I pellegrini riempiono la chiesa, non solo fisicamente, ed offrono anche una testimonianza ai musulmani”.La carità vietata. Dedite all’accoglienza dei pellegrini anche le suore “Figlie della Chiesa” rappresentate a Istanbul da suor Maria (Giuseppina) Bolo. “Siamo a Tarso da 16 anni. All’inizio – ha raccontato – nessuno voleva affittarci una casa dove stare. Dopo molti sforzi il vescovo mons. Ruggero Franceschini riuscì a trovarne una superando le diffidenze del proprietario che temeva di perdere i suoi affari, ma date le necessarie garanzie, tutto è andato a posto”. Alle difficoltà iniziali se ne sono aggiunte anche altre e di peggiori: “ci hanno detto subito e chiaramente che noi non siamo nulla, non contiamo nulla. A Tarso ci occupiamo dell’accoglienza dei pellegrini nella chiesa-museo di san Paolo e prepariamo per la celebrazione della messa”. Mons. Luigi Padovese, il vicario apostolico dell’Anatolia, ucciso lo scorso giugno dal suo autista, si è speso molto per la chiesa di Tarso, chiedendone alle autorità la concessione come luogo di culto permanente, ma senza esito. La chiesa paolina è ancora un museo, tuttavia, ha aggiunto la religiosa, “i custodi sono gentili ma ci sono leggi da rispettare. La nostra presenza qui è fatta di preghiera e silenzio e se vogliamo restare a Tarso dobbiamo osservare le leggi. Ci sono cose che non possiamo fare, come la carità ai poveri, per timore del proselitismo. Facciamo lavorare chi ha bisogno pagandolo il giusto per non infrangere la legge. Tanti ci chiedono preghiere ma non possiamo farli entrare in casa. Cerchiamo di essere una bella presenza e non solo fare anche se è bello sistemare la Chiesa a festa quando vengono i pellegrini, sempre più spesso, dopo l’Anno Paolino. Quando i pellegrini non ci sono andiamo a messa a Mersin, a 60 chilometri”.Come san Giovanni Crisostomo. Don Felice, 72 anni, salesiano della cattedrale del Santo Spirito, “unico sacerdote ad andare in bici a Istanbul”, è in Turchia dal 1959. “Ho visto tante trasformazioni – ha raccontato ai presenti al convegno – ho vissuto tutte le vicende turche, assistito alla costruzione dei due ponti sul Bosforo che hanno unito l’Oriente all’Occidente. I salesiani sono arrivati qui nel 1907 per assistere i levantini, gli stranieri. Abbiamo una scuola privata, non finanziata, paghiamo le tasse su tutto, e dobbiamo accogliere un 5% di studenti gratuiti. Difficile andare avanti ma ci proviamo. Siamo a servizio della cattedrale di Istanbul dove arrivano tante persone pellegrini e semplici visitatori. Attraverso l’arte diamo i messaggi di fraternità e i contenuti della fede. A tutti proponiamo la visita della cattedrale in un tempo sufficiente, almeno un’ora, per spiegare non solo ciò che si vede ma anche ciò che resta un po’ nascosto alla vista. Come san Giovanni Crisostomo che invitava i sovrani del suo tempo a guardare non solo chi viveva nella luce di una posizione altolocata, ma anche la gente, i poveri, nascosti negli angoli delle strade”.

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