Volontari per la vita

Un protocollo per l'accoglienza di donne che rifiutano l'aborto

Anche le associazioni di volontariato potranno affiancarsi al lavoro di accoglienza delle donne che chiedono di abortire nei consultori pubblici. Lo stabilisce il nuovo “Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza”, deliberato dalla Giunta regionale del Piemonte il 15 ottobre scorso ed entrato in vigore da qualche giorno. La nuova procedura varata dalla Regione si prefigge di “assistere le donne in gravidanza per rimuovere le cause che portano al ricorso dell’aborto volontario, riconoscendo il valore sociale della maternità e la tutela della vita umana dal suo inizio”.Il ruolo del volontariato. L’obiettivo del protocollo è di dare “la massima attuazione a tutte le esigenze previste dalla legge 194 del 1978, e in particolare, al rispetto della donna e delle sue necessità di scelta responsabile della maternità, alla tutela della vita, alle motivazioni e alla ricerca di tutte le possibili alternative all’interruzione volontaria della gravidanza”. Contributi economici, sostegno socio-educativo (anche a domicilio), mediazione familiare, appoggio e ospitalità per il bambino o la coppia madre-figlio, sono alcuni degli interventi che le Asl potranno mettere in campo. Ma la novità più importante contenuta nel provvedimento è il riconoscimento del ruolo del volontariato. Si tratta di “mettere a disposizione – si legge nella delibera – tutte le opportunità presenti sul territorio per rimuovere le cause che possono indurre la donna a richiedere l’interruzione della gravidanza”. Per fare questo, le Aziende sanitarie locali potranno “collaborare anche con le organizzazioni di volontariato e le associazioni del privato sociale che operano nel settore della tutela materno-infantile”, che sono “portatrici di valori etici e di solidarietà sociale”.Un piccolo passo. “Il nuovo protocollo segna un piccolo passo avanti nella collaborazione tra strutture pubbliche e volontariato – commenta Elena Vergani, del direttivo nazionale del Movimento per la vita -. Ci sono però alcune criticità: la delibera riconosce il ruolo del volontariato, e questo è un fatto molto positivo, ma non lo sostiene concretamente e non interviene con un sostegno economico diretto alle donne che decidono di non abortire, come invece è stato fatto in altre Regioni italiane”. Non sono stati neppure previsti “i finanziamenti necessari per stipulare le convenzioni tra le Asl e le associazioni. In Lombardia, per esempio, è stato introdotto un assegno per le donne che decidono di non abortire per motivi economici, che viene gestito attraverso i Centri di aiuto alla vita”. Le polemiche. La delibera regionale non ha mancato di suscitare polemiche tra i diversi schieramenti politici, sull’opportunità della presenza delle associazioni pro-life nei consultori pubblici. Per Vergani, “sarebbe stato auspicabile evitare lo scontro politico. Si sarebbe potuto giungere a questa decisione attraverso un percorso di coinvolgimento più ampio, che chiamasse in causa tutti i soggetti interessati (compreso il Forum delle associazioni familiari), evitando le polemiche ideologiche e concentrandosi sulle modalità concrete di aiuto alle donne in difficoltà; aspetto sul quale sarebbe stato più facile trovare un largo consenso”.I numeri. In Piemonte il tasso di aborti supera la media nazionale. Secondo i dati del ministro della Salute, nel 2009 hanno abortito 9,7 donne su mille, contro le 8,7 del dato nazionale. Sul territorio regionale sono attive 20 sezioni del Movimento per la vita, 44 Centri di aiuto alla vita (6 solo a Torino, città dove si registra la metà degli aborti piemontesi), 10 case di accoglienza. Secondo i dati del Movimento per la vita, nel 2008, in Piemonte e Valle d’Aosta i Cav hanno assistito 1.200 donne; 800 i bambini nati. La maggioranza delle donne sostenute dai Centri è straniera (l’80%), solo il 20% è di cittadinanza italiana. Nel 13% dei casi esaminati, a spingere la donna verso l’interruzione di gravidanza è il partner.Il lavoro dei Cav. Con l’introduzione delle nuove regole, come cambia il lavoro dei Centri di aiuto alla vita? Secondo Valter Boero, coordinatore dei Cav della provincia di Torino e presidente del Movimento per la vita di Torino, “con il nuovo protocollo la presenza del volontariato all’interno delle strutture pubbliche viene prevista ufficialmente, a discrezione degli operatori e in accordo con la donna; e questo è un segno di speranza. In realtà, però, le nostre associazione sono già attive da anni negli ospedali, come al Mauriziano di Torino, e anche in molti consultori. La collaborazione sinora era basata soprattutto sulla buona volontà delle persone, ma questo non ci ha impedito di attuare esperienze molto interessanti, come il corso di formazione per il personale dei consultori pubblici, al quale hanno partecipato più di 400 operatori. Ora, i volontari potranno essere presenti già al primo colloquio con la donna, e questo senz’altro migliorerà il servizio”.a cura di Gabriele Guccione(19 novembre 2010)

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