Accanto a Manlio

Il messaggio dei giovani avvocati al processo

Maggio 1974. La tensione nel Paese stava crescendo, alimentata da tanti, troppi atti di violenza. Il primo nel 1969 a Milano, in piazza Fontana. Sedici morti che segnarono l’avvio della "notte della Repubblica", come la chiamò Sergio Zavoli, nella quale si composero e confusero le violenze di opposti estremismi. A Brescia nei primi mesi del 1974 molti erano stati gli episodi inquietanti. Culminarono nella morte di un giovane neofascista che preparava un attentato e rivelavano la presenza di un lavorio occulto per alimentare la tensione, per intimidire. Era l’obbiettivo principale del terrorismo nero: colpire indiscriminatamente con le stragi per far sentire la gente vulnerabile, alimentare la paura e suscitare una domanda di "ordine". In ultima istanza per consentire la svolta autoritaria.
Proprio per manifestare contro una deriva neofascista e contro la violenza Brescia scese in piazza il 28 maggio 1974. Una mattina piovosa, una manifestazione sobria ma convinta, per ricordare che la nostra convivenza è fondata sulla Costituzione. Una Costituzione nata dal sangue versato durante la Resistenza, un fiore sbocciato dopo l’orrore della Seconda guerra mondiale. Chi mise la bomba irrideva quella convinzione, quel senso di responsabilità, quel sangue. Per spargerne altro. Quello di otto morti e oltre cento feriti.
Sono passati trentasei anni. Con grande fatica alcuni magistrati hanno portato a termine un’inchiesta immensa, lottando fra ostacoli e depistaggi di ogni tipo, primo – e non il più grave – il lavaggio della piazza poche ore dopo l’attentato. Sempre più nera è apparsa l’ombra di trame incrociate tra ambiente neofascista e pezzi di Stato. Alcune ombre ancora recentissime, come l’inspiegabile attesa di quattro anni per redigere il regolamento di attuazione della legge sul segreto di Stato. Ombre che rendono più difficile la lettura dei fatti, ombre che rendono meno definiti i contorni delle prove.
Con pena i familiari delle vittime hanno ascoltato la sentenza di assoluzione degli imputati perché "la prova manca, è insufficiente o è contraddittoria" (art. 530 comma 2). Ad osservarli molti giornalisti. Alcuni a cercare a tutti i costi le lacrime, l’immagine che bucasse il video, magari un grido che chiedesse vendetta. Non l’hanno trovato. Tutti i parenti uniti, come trentasei anni fa in piazza. Tutti a dire: "Parlate con Manlio". Manlio è Manlio Milani, cui l’attentato sottrasse la moglie poco più che trentenne, che con gli altri familiari e la città ha voluto e animato la "Casa della memoria" di Brescia, un’istituzione in cui la memoria è coltivata per guardare a un futuro di pace. Una casa in cui s’incontrano tante persone, soprattutto giovani, per nutrirsi di pace, Costituzione e democrazia. E Manlio non parla di rancore. Constata che le reticenze mostrano che manca la volontà di affrontare davvero quegli anni. Ma prima di tutto spiega, sommesso, che così "quegli otto morti vagano, non hanno un posto per dire: ‘Non siamo morti invano’".
Molto è stato nascosto in questa vicenda, ma molto si sa. La verità storica è nota. Si sa in quale ambiente sia maturata la strage. Il processo lo ha reso evidente e solo grazie ad un preoccupante complesso di reticenze le prove, pur raccolte, sono state giudizialmente indebolite. Alcuni giornali hanno titolato: "Giustizia negata". Un verdetto di colpevolezza non avrebbe restituito le vittime alle loro famiglie, ma un’assoluzione di questo tipo lascia smarriti. Il vero percorso della giustizia mira a riconciliare. Fare giustizia è ricostruire le relazioni lacerate dal reato, dalla violenza, dal male. Fare giustizia, in questo caso, è riuscire a guardarsi negli occhi, incontrandosi nella verità. È sempre difficile riannodare una verità condivisa. È possibile farlo cominciando dal confessare reciprocamente il dolore subìto. È il sentiero percorso in Sud Africa dalla Commissione per la verità e la riconciliazione guidata da Desmond Tutu. Ognuno, davanti alla Commissione, ha raccontato le proprie sofferenze. Farlo, in modo pubblico e rispettato, ha permesso di raccontare anche le proprie responsabilità. È un processo che non ha avviato vendette, ma ha riconciliato facendo scoprire a vittime e carnefici una comune umanità di dolore, imbarazzo e speranza. Quella verità storica è diventata verità giuridica attraverso una scelta luminosa che ha giocato la ricostruzione della comunità sulla scelta di camminare insieme condividendo il dolore e cementando il futuro non col rancore, né con le sanzioni, ma con la riconciliazione, cui la magistratura ha dato il sigillo giuridico e giudiziale. In quel modo riconciliazione umana, verità storica e giustizia giuridica hanno trovato unità, permettendo ricostruzione autentica del Paese. Includendo e non escludendo. È una sfida anche per l’Italia. Troppi misteri del passato ancora l’avvelenano. E a quelle ferite si sommano nuove lacerazioni politiche, meno cruente, ma perversamente insidiose nel disprezzare l’altro, usando cinicamente calunnia e menzogna per dividere il Paese.
Un cammino di riconciliazione non si fonda sul desiderare la sofferenza dei colpevoli puniti. Si fonda sul desiderio dell’incontro. Con l’incontro verità storica e giudiziaria possono trovare unità. Per questo Manlio Milani, piccolo e mite titano della nostra democrazia, ha assistito a tutte le udienze di questo lunghissimo processo. Per questo dalla "Casa della memoria" passano sentieri lungo i quali, con delicatezza e attenzione, s’incontrano anche persone che negli anni di piombo avevano fatto scelte diverse. E nascono amicizie. Imprevedibili e liberanti.
Al processo l’incontro non c’è stato. Lo hanno impedito falsità e depistaggi. Lo hanno negato gli imputati che non sono mai venuti in aula. Ma qualcosa di nuovo è accaduto. Insieme ai parenti delle vittime e a Manlio hanno lavorato in questi anni molti giovani avvocati. All’epoca della strage, come ha fatto notare in un bellissimo articolo Benedetta Tobagi lunedì scorso, andavano al massimo alle elementari. Alcuni non erano nemmeno nati. Ammessi al gratuito patrocinio hanno studiato migliaia e migliaia di pagine. Fieri di averlo fatto, per senso dello Stato. E il giorno della sentenza erano accanto a Manlio anche altri giovani, che lo hanno conosciuto ascoltandolo parlare di Costituzione e democrazia. Hanno voluto esserci. Come quel giorno in piazza tanti anni fa. Alcuni di loro hanno pianto ascoltando il verdetto e le televisioni li hanno inquadrati, scambiandoli per parenti delle vittime. Piangevano per uno Stato che non riesce a fare unità tra sostanza e forma, tra verità e sentenze. Ma la loro presenza, la loro testarda voglia di esserci è grande speranza per il futuro.

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