Ferito e impaurito

Da fondamentalismo e legge sulla blasfemia" "

(da Islamabad – Pakistan) Gravemente colpito dalle bombe dei talebani e con tanta paura di nuovi attacchi terroristici, in un periodo di delicata transizione politica, con un governo civile che cerca di affrancarsi dal peso del potere militare. E con una minoranza cristiana costretta a stare in silenzio e a guardarsi alle spalle per evitare discriminazioni, persecuzioni, o peggio, condanne per blasfemia, sulla base della famosa legge in vigore dal 1986. È della settimana scorsa la notizia della condanna a morte da un tribunale del distretto di Nankana, nella regione del Punjab, di una operaia di 37 anni, madre di due figli, Asia Bibi, accusata di aver insultato Maometto durante una discussione con le colleghe. È la situazione che sta vivendo in queste ore il Pakistan, e i cristiani pakistani, 2 milioni e 800 mila persone (l’1,6% della popolazione).

Per Asia Bibi. Mentre in Italia il mondo cattolico si mobilita per salvare la vita di Asia Bibi – gli uffici governativi pakistani sono stati inondati da oltre 40 mila mail che chiedono il rilascio della donna -, a Islamabad il mondo ecclesiale e politico sembra rassicurare sulle sue sorti. Shahbaz Bhatti, ministro pakistano per le minoranze religiose, dice di aver ordinato una revisione di tutti gli atti dell’inchiesta, che saranno sottoposti all’Alta Corte di Lahore. Anche la famiglia ha presentato ricorso. Il ministro annuncia l’intenzione di cambiare, entro due mesi, la legge sulla blasfemia, per evitarne gli abusi: "Stiamo provando ad introdurre una nuova definizione affinché nessuno possa usare questa legge per perseguitare persone innocenti", dice al SIR nel suo ufficio ministeriale, ricevendo un pool di giornalisti di diverse testate. "Stiamo facendo delle consultazioni con i leader islamici, i rappresentanti delle minoranze religiose (cristiani, indù, buddisti, animisti, ecc.), i membri del parlamento e i politici – precisa il ministro, 37 anni, cristiano -. Poi presenteremo una nuova normativa. Questa legge, con false accuse di blasfemia, ha già fatto troppe vittime". Il ministero ha anche istituito, di recente, "Interfaith celle", un numero verde contro le discriminazioni religiose. Secondo la Commissione nazionale giustizia e pace dei vescovi pakistani, dal 1986 al 2009 almeno 964 persone sono state incriminate per aver diffamato il profeta Maometto o profanato il Corano, tra i quali 479 musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadi, 14 indù e 10 di altre religioni. La legge è spesso pretesto per vendette ed esecuzioni extragiudiziali (33 omicidi), al punto tale che spesso le autorità locali vi ricorrono per mettere al sicuro, in prigione, le persone ingiustamente accusate. Finora, infatti, nessuna condanna a morte è stata eseguita.

Fermare gli abusi. Anche il vescovo di Islamabad-Rawalpindi, mons. Anthony Rufin, dalla sede della curia, si dice convinto che "questa condanna può essere fermata – spiega -, perché il governo del Pakistan sa di avere l’attenzione della comunità internazionale e ha paura di fare una cattiva impressione". I problemi tra le minoranze religiose e i musulmani, confida il vescovo, che guida una piccola comunità di 180.808 cattolici (su una popolazione di 36.522.000 di persone), "si creano soprattutto nei villaggi, dove le persone sono povere e meno istruite e non sanno come rispondere o tacere di fronte ai provocatori. Paradossalmente, spesso le autorità usano la legge sulla blasfemia per proteggere le persone dai fondamentalisti che vogliono ucciderli. La prigione è il luogo più sicuro". Certo, questa soluzione non soddisfa la società civile che si batte, con fatica, per la libertà religiosa e i diritti umani: "Non siamo soddisfatti di come il governo sta affrontando la legge sulla blasfemia – denuncia Peter Jacob, segretario della Commissione nazionale per la giustizia e la pace dei vescovi pakistani, parlando ai giornalisti italiani -. Anche perché dovrebbe istituire al più presto, su richiesta dell’Onu, una Commissione nazionale per i diritti umani". "Per noi non è facile operare – racconta Jacob, che ha visto morire assassinati sei colleghi a Karachi, nove anni fa -. Quando denunciamo i soprusi e le ingiustizie, spesso veniamo accusati di diffondere notizie false. Perciò chiediamo con forza di fermare gli abusi nell’uso della legge".

È allerta sicurezza. Intanto, sale la tensione e la paura in tutto il Paese, dopo l’autobomba degli estremisti islamici – 30 vittime e centinaia di feriti – dell’11 novembre a Karachi, nel Pakistan meridionale. I talebani, che hanno rivendicato l’attentato minacciando di attaccare anche la casa presidenziale a Islamabad, hanno colpito una struttura della polizia, nel tentativo di liberare sei militanti arrestati. È stato usata una tonnellata di esplosivo, che ha lasciato un cratere di 12 metri e provocato un terremoto in tutta la città. Tra gli operatori umanitari è "allerta sicurezza": circolano internamente dei rapporti delle Nazioni Unite, del governo e dei servizi segreti pakistani che invitano a limitare gli spostamenti all’interno del Paese, soprattutto in concomitanza con la festa musulmana di Eidul Azha, perché si temono nuovi attentati e violenze. Una delegazione di Caritas italiana, ma anche delle Caritas tedesca e francese, sono state costrette al rientro anticipato. In ambito governativo, il ministro Bhatti ci conferma l’acuirsi della tensione: "Sì, in questo momento le violenze possono estendersi in tutto il Paese. I talebani compiono azioni diaboliche, sono nemici dell’umanità, della pace e della democrazia. Attaccano le istituzioni, i militari, le chiese, i santuari musulmani, le moschee, le scuole. Ma non permetteremo loro di terrorizzare il Paese". Sul fronte ecclesiale mons. Rufin non teme specifici attacchi contro i cristiani: "Siamo consapevoli che altre bombe possono esplodere ovunque, ma non penso che in Pakistan si arriverà alla situazione irachena. Ma se succederà siamo pronti. Non dobbiamo avere paura di niente. Ci affidiamo a Dio e non fuggiamo".

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