Una nuova cultura

Fattore famiglia, piano nazionale e territorio

Adottare il "fattore famiglia" e dare attuazione al "Piano nazionale per la famiglia". Questi gli impegni che emergono dalla Conferenza nazionale della famiglia che si è chiusa oggi (10 novembre) a Milano. Al termine dell’assise il SIR ha chiesto a Pierpaolo Donati, sociologo e direttore del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, di tracciare un bilancio e delineare le prospettive aperte dall’incontro.

Qual è la sua impressione sulla Conferenza?
"Il bilancio è decisamente positivo: il clima è stato costruttivo, si è percepita la volontà di risolvere assieme i problemi e anche chi ha dimostrato posizioni differenti non l’ha fatto con toni polemici, ma in un’ottica positiva, per mettere a fuoco e risolvere i problemi reali del Paese".

Questa è stata la seconda Conferenza sulla famiglia. Cosa è cambiato da Firenze 2007 a oggi?
"Qui è emersa la grande ricchezza della società civile per realizzare delle vere politiche familiari, soprattutto a livello locale. A Firenze, invece, l’attenzione era centrata sullo Stato e le sue organizzazioni: in una prospettiva statalista si ragionava su quanta spesa potesse essere devoluta alle famiglie. Ancora oggi sullo sfondo c’è certamente lo Stato sociale, in particolare nella sua nuova espressione federalista, ma la novità è rappresentata dall’estrema ricchezza di esperienze in atto nei territori, spesso poco conosciute. La Conferenza ha espresso una nuova cultura, che chiede di affrontare i problemi concreti con un diverso assetto del welfare, che io chiamo ‘sussidiario, plurale, societario’".

Nei giorni della Conferenza sono però emerse anche delle criticità: dai tagli ai fondi per le adozioni internazionali lamentati dall’Aibi alla riduzione del numero di consultori familiari, fino alla denuncia dell’economista Luigi Campiglio, secondo il quale in 15 anni i fondi a disposizione della famiglia (come gli assegni familiari e i contributi per la maternità) sono diminuiti di oltre 11 miliardi di euro…
"Certamente c’è un problema di spesa, e io stesso ho lamentato gravissimi tagli per quanto riguarda le politiche familiari – il fondo per la famiglia è stato ridotto a meno della metà nella prospettiva della legge di stabilità –, mentre negli ultimi anni c’è stato un deprezzamento degli aiuti finanziari ed economici alle famiglie. Questo dato è assodato, e dimostra che in un momento di crisi economica lo Stato sociale non ce la fa. Ma il problema non è chiedere più soldi allo Stato, come fosse una mucca da mungere all’infinito. In presenza di scarsità di risorse, piuttosto, tutti gli attori della società civile devono contribuire: le imprese con un welfare familiare aziendale, le fondazioni bancarie dando priorità alle politiche familiari sul territorio, le associazioni di categoria creando le condizioni per servizi family friendly, i comuni adottando formule favorevoli alle famiglie numerose senza costi aggiuntivi… I cambiamenti possibili, così, sono notevoli".

Alla Conferenza si è parlato di "fattore famiglia" al posto del "quoziente familiare". Qual è la differenza, e come fare in modo che non resti solo uno slogan?
"La concretezza dipenderà dalla volontà politica. La differenza tra quoziente e ‘fattore famiglia’, invece, è notevole: il quoziente familiare è una forma di redistribuzione degli aiuti alle famiglie attraverso una macchina pubblica che preleva le risorse per poi gestirne, appunto, la redistribuzione, mentre il fattore famiglia è basato sul principio di sussidiarietà alla tedesca. Questo significa lasciare alla famiglia il reddito minimo per una vita decente, senza alcuna tassazione, mentre viene tassato ciò che supera questo livello. In più, le famiglie che non arrivano a quel livello di vita minima decente ricevono la ‘tassa negativa sul reddito’, ossia una somma che colma il divario tra il loro reddito reale e quel livello minimo. In secondo luogo il ‘fattore famiglia’ non richiede una grande macchina burocratica, non implica problemi costituzionali né modificazioni del sistema fiscale ed è modulabile: se a regime si stima possa costare 16 miliardi di euro, può essere applicato gradualmente a partire da 2-4 miliardi".

Già nel 2007 lei parlò di un "piano nazionale di politiche per la famiglia". Ora siamo nuovamente di fronte a una bozza: quali le prossime tappe per darvi attuazione?
"Allora predisposi una bozza che non venne recepita dal governo, e che è diventata l’infrastruttura del nuovo piano, arricchito dai lavori dell’Osservatorio e del Comitato tecnico-scientifico. Compito dell’Osservatorio, adesso, è prendere in considerazione i numerosi materiali presentati alla Conferenza, esaminarli e integrare questa bozza. Così, tra 2-3 mesi, potrà essere presentato il piano definitivo. Poi, però, questo dovrà essere valutato dal governo, avere il parere della Conferenza Stato-Regioni, passare nelle commissioni parlamentari e da ultimo tornare al governo per la decisione finale".

E se, nel frattempo, dovesse cadere l’attuale governo?
"Noi siamo, come Osservatorio, un organismo tecnico-scientifico. Da parte nostra consegneremo il Piano al governo in carica in quel momento, il quale deciderà che farne…".

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