Sulla frontiera mediatica

Per un nuovo incontro tra generazioni

“L’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica dovrà costituire negli anni a venire un ambito privilegiato per la missione della Chiesa”. Con questa indicazione si conclude il paragrafo 51 (“La comunicazione nella cultura digitale”) degli Orientamenti pastorali della Cei per il decennio 2010-2020, dal titolo “Educare alla vita buona del Vangelo”. Alla “frontiera mediatica” il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ha dedicato un passaggio della prolusione con cui l’8 novembre ha aperto la 62ª assemblea generale dei vescovi italiani. “Oggi – ha detto il cardinale – c’è una frontiera che esalta le opportunità di conoscenza e di relazione. È però anche una cultura capziosa che, mentre offre molto, se non si sta attenti ruba alla persona sempre qualcosa, e qualcosa d’importante”. In che modo, dunque, educare ai nuovi media? Lo abbiamo chiesto a Luca Paolini, docente di religione nella diocesi di Livorno dal 1986 e curatore di “Religione 2.0” (www.religione20.net), il quale ha dedicato un libro a questo tema: “Nuovi media e web 2.0. Come utilizzarli a scuola e nei gruppi” (Edb 2010).

Come possono le nuove tecnologie e i nuovi media aiutare gli educatori nel loro lavoro quotidiano?
“Le nuove tecnologie sono una nuova forma di linguaggio che ormai i nostri giovani parlano nativamente. Conoscere e immergersi in questa nuova forma di cultura linguistica senza però lasciarsi appiattire da essa, può aiutare un educatore a comunicare in modo più efficace con le giovani generazioni, a scuola come nei gruppi di aggregazione. Altrimenti il rischio è quello che si crei una frattura tra due generazioni che non comunicano più, perché oltre al gap generazionale, se ne aggiunge uno per così dire ‘linguistico-tecnologico’”.

Negli Orientamenti pastorali i vescovi indicano come “un obiettivo da raggiungere” l'”educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso”…
“I vescovi fanno bene a sottolineare l’importanza di una educazione ai nuovi media. Gli adolescenti sono spesso lasciati soli davanti alle chat e ai Social Network, con tutti i pericoli che questo può comportare a livello di privacy e di annientamento dello spazio privato nella loro vita. Il problema è che ancora sono pochi gli educatori preparati, ‘competenti’, loro per primi, a questo compito e le stesse famiglie sono spesso sole e impreparate in questa battaglia. Anche la scuola fa fatica a entrare in questa dimensione. Per la stragrande maggioranza dei docenti la parola ‘nuovi media’ è del tutto sconosciuta e si continua a fare una didattica tradizionale, trasmissiva che è per così dire ‘scollata’ dal mondo e dalla realtà nella quale i giovani si trovano a vivere una volta usciti da scuola”.

I vescovi ricordano che “pure in questo campo, l’impresa educativa richiede un’alleanza fra i diversi soggetti”. Come realizzarla? Quale può essere il contributo degli insegnanti di religione?
“È vero oggi serve una sinergia tra tutti coloro che lavorano nel campo dell’educazione, genitori, parrocchia, scuola. Forse gli insegnanti di religione possono essere gli attori di questa sinergia perché presenti, in un modo o nell’altro, in tutte e tre queste componenti ‘sociali’. Come insegnanti di religione possiamo portare avanti anche un discorso di etica in Rete e credo che le case editrici presto inseriranno anche nei libri di testo alcune indicazioni in questo senso”.

In che modo aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo?
“Non vedrei male che nelle parrocchie si cominciassero a fare incontri di formazione per genitori e giovani proprio su queste tematiche, con corsi anche a livello tecnico-pratico. Qualche gruppo e associazione si sta già muovendo in questo senso. La parrocchia potrebbe tornare a rivestire un ruolo importante nella formazione di una cultura che non esclude, che non demonizza, ma cerca di conoscere e trasformare dall’interno. Alle famiglie bisogna spiegare che i ragazzi vanno accompagnati in questo nuovo ambiente che è la Rete, ma prima bisogna spiegare loro che cosa è la Rete, quali sono i rischi e le opportunità. Spesso infatti ho la sensazione che questo non sia chiaro ai più”.

Con quale atteggiamento, in termini educativi, accogliere gli strumenti d’informazione e relazione che la Rete sviluppa?
“A mio avviso, il primo atteggiamento da utilizzare è quello dell’ascolto e della conoscenza-comprensione di quello che la Rete ci propone. Bisogna in ogni caso che gli educatori sviluppino in loro stessi e nei ragazzi che sono loro affidati, quel giusto senso critico e quel desiderio di andare in profondità, che è il principio basilare per una sana e corretta informazione-relazione. Il rischio è che i giovani prendano per buono tutto ciò che viene dalla Rete solo perché nessuno ha insegnato loro a distinguere, a valutare, a soppesare. Bisogna recuperare il sano esercizio del discernimento in una società complessa e multiforme come è quella delle comunicazioni di oggi”.

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