Il fuoco della libertà

Vent'anni dalla prima messa pubblica nel cimitero di Scutari

C’erano 5-600 persone nel cimitero cattolico di Scutari, in Albania, il 4 novembre 1990, per la prima messa pubblica dopo il comunismo. Con quel gesto “sfidarono” un regime che 23 anni prima, nel 1967, aveva dichiarato l’Albania “Stato ateo”, vietando tutti gli atti di culto pubblici e privati. Nel 1990 il regime ormai era decaduto, ma ancora era in vigore la vecchia costituzione che vietava quell’assembramento di persone. La polizia circondò il cimitero – tristemente noto perché lì, durante la dittatura comunista, vennero fucilati sacerdoti e fedeli laici – ma non intervenne. E pochi giorni dopo, l’11 novembre, ci fu nuovamente una messa partecipata, questa volta, da migliaia di persone: cattolici, ma anche ortodossi e musulmani. Il 16, infine, riaprì la moschea. Nel ventennale di quel “ritorno alla luce” della fede SIR Europa ha incontrato mons. Angelo Massafra, arcivescovo di Scutari-Pult, diocesi che conta circa 150 mila cattolici.A vent’anni dalla prima “messa pubblica” come ricorderete, a Scutari, quell’evento?“Nel 1967, 23 anni prima, era stato vietato qualsiasi gesto religioso esterno: questo è fondamentale per capire il significato della messa che alcuni sacerdoti e fedeli laici organizzarono nel cimitero di Scutari il 4 novembre 1990. Dopo un lungo periodo di comunismo disumanizzante c’era una nuova aria: da 5 anni era morto il dittatore, da poco era caduto il Muro di Berlino… C’era però anche molta paura che potesse essere l’occasione per arrestare i partecipanti, che ‘osavano’ andare contro il potere. Ma questo non avvenne, e anzi la messa fu un grande successo. Noi ne abbiamo fatto memoria: il 3 pomeriggio con un concerto e un ricordo storico-culturale; il 4, invece, abbiamo celebrato la messa e aperto una mostra fotografica sull’evento di vent’anni fa”.È prevista la presenza anche di ortodossi e musulmani in questi momenti?“Quando organizziamo queste feste lo facciamo insieme. Noi abbiamo invitato i fratelli ortodossi e musulmani a partecipare alle nostre celebrazioni, così come loro faranno con noi per le iniziative di giorno 16, alle quali siamo invitati e parteciperemo. C’è questa buona armonia a Scutari tra le diverse confessioni religiose”.Scutari fece da “apripista” per il ritorno della fede a una dimensione pubblica in Albania. In vent’anni com’è cambiata la presenza religiosa nel Paese?“Abbiamo fatto un manifesto, appeso davanti alla cattedrale, che dice: ‘Vent’anni di libertà religiosa’. Sono stati davvero anni di una libertà religiosa che ha fatto crescere e rivitalizzare quella fede che era oppressa, nascosta, ma mai eliminata. Oggi la nostra Chiesa cattolica è più bella di prima, grazie al sangue di Cristo e dei nostri martiri, per 40 dei quali finiremo proprio l’8 dicembre prossimo il processo diocesano di canonizzazione, dopo 8 anni di duro lavoro. Ogni volta che ci sono manifestazioni pubbliche la gente partecipa in modo impressionante: quel fuoco di libertà che aveva dentro è esploso, e chiunque può toccare con mano questa vitalità. Anche se non mancano difficoltà e problemi che minano il sentimento religioso: il consumismo, la voglia di fare soldi, la povertà estrema che pure c’è. Come Chiesa c’impegniamo per evangelizzare e mettere le fondamenta teologiche a questo entusiasmo”.Dopo vent’anni di ritorno della libertà religiosa, in Albania si avvertono quei problemi, come la secolarizzazione, che pervadono l’Occidente?“All’inizio degli anni Novanta è stato duro riprendere il cammino. L’emigrazione ha creato un grosso problema, con molte famiglie che si sono disgregate andando all’estero, disperse nel mondo intero. Il comunismo, poi, ha tolto le basi teologiche ed evangeliche alla religione: sì, la fede è rimasta, ma bisogna sostanziarla, mettere le fondamenta. È quello che stiamo facendo, ed è bello che ora tanti giovani che pure vanno via – in Italia o da altre parti – continuino a vivere la vita religiosa, s’impegnano come animatori o catechisti. È una consolazione, anche se dispiace che le nostre parrocchie s’impoveriscano di questi elementi che potrebbero sostenere la vita ecclesiale in Albania”. Com’è oggi la dimensione migratoria dall’Albania?“Per via anche della crisi che ha colpito l’Occidente, assistiamo in questo periodo a un rientro. Una conferma mi è giunta proprio in questi giorni da diverse nostre scuole cattoliche, che stanno registrando figli di emigrati che ritornano o perché hanno perso il lavoro all’estero, oppure perché hanno visto che, in fondo, preferiscono vivere in Albania. Dispiace per quanti sono costretti a tornare perché hanno perso il lavoro, ma se il rientro, dopo aver respirato fuori un’aria diversa, è dato dalla volontà di dare una mano alla nostra Chiesa, al nostro Stato, ai nostri comuni che hanno bisogno di forze nuove ed energie, portando valori acquisiti durante gli anni dell’emigrazione, il ritorno diventa una ricchezza per la popolazione e per il Paese”.

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