Luogo del riscatto

A Scampia un convegno Cei sull'educazione

"Oggi è possibile far sì che il riscatto avvenga attraverso una vera e propria forma di educazione". Come succede a Scampia, dove da diversi anni alcune "esperienze significative" hanno permesso a giovani "border line" di "poter crescere, riscattarsi, diventando loro parte attiva della cittadinanza e della comunità ecclesiale". Don Maurizio Viviani, direttore dell’Ufficio Cei per l’educazione, la scuola e l’università, presenta così al SIR il IV incontro nazionale delle aggregazioni laicali e dei soggetti operanti nel campo dell’educazione e della scuola, che si svolge in questi giorni a Scampia (Napoli) per iniziativa del citato Ufficio Cei e del Tavolo interassociativo. "L’educazione può essere luogo di riscatto – spiega al SIR Ivo Lizzola, preside della Facoltà di scienze della formazione dell’Università di Bergamo, tra i relatori del convegno – se è incontro e origine di storie comuni, nelle quali viene serbata e alimentata la sensibilità simbolica delle donne e degli uomini". Per gli adulti, la sfida da raccogliere è quella di offrire ai giovani "la possibilità di riprendere in mano i sogni che le generazioni che li hanno preceduti non sono riusciti a realizzare". Li abbiamo intervistati.

Don Viviani, negli Orientamenti della Cei la scuola è esortata ad educare i giovani alla "coscienza critica" verso ciò che li circonda. Ci riesce?
"Se diamo uno sguardo complessivo all’interno del vasto mondo della scuola, possiamo dire che essa svolge un ruolo di promozione della coscienza critica. Certo, si può fare molto di più, e ciò è possibile nella misura in cui esistono, all’interno della scuola, insegnanti che sanno utilizzare le loro conoscenze per fare in modo che i giovani acquisiscano la consapevolezza e le capacità critiche necessarie per leggere il presente e costruire il proprio futuro".

Oggi viene messa in crisi la possibilità stessa dell’educazione, ammoniscono i vescovi: come educare i giovani, a partire dalla scuola, ad un "progetto" di vita?
"Umberto Galimberti, in una analisi particolarmente aspra, parla di nichilismo diffuso, che provoca in particolar modo nei giovani un generale senso di spaesamento. I giovani possono passare dallo ‘spaesamento’ all’essere dentro la Chiesa e dentro una città abitabile attraverso un’alleanza tra la comunità civile e la comunità ecclesiale, per fare in modo che venga dato il meglio ai giovani, in una prospettiva di speranza in cui città e Chiesa possano permettere alle nuove generazioni di esseri migliori di quanti oggi guidano la Chiesa e la città. In altre parole, ci vuole una visione positiva dei giovani, che li consideri una risorsa prima che un problema: solo così si dà fiducia e speranza, e si possono offrire ai giovani le energie migliori che la Chiesa e la società hanno a disposizione".

Prof. Lizzola, come superare la "cesura" tra le generazioni, in una prospettiva educativa di riscatto dei giovani?
"Innanzitutto ricoprendo l’educazione come ‘narrazione’ dell’avventura umana ai giovani, da parte delle generazioni che li hanno preceduti. Oggi forse noi adulti siamo in difetto, perché abbiamo ridotto l’educazione a formazione, ad istruzione. È poco presente l’idea di una scuola che educa anche attraverso ‘buoni racconti’ di esperienza di vita: non riusciamo a consegnare ai giovani contenuti e strumenti per costruire una vita propria, autentica, originale. Non abbiamo abbastanza fiducia che i ragazzi aspettino da noi indicazioni e strumenti per orientare la vita come propria: abbiamo paura di non avere granché da consegnare, della frammentazione, della troppa velocità. I giovani hanno invece bisogno di racconti di persone che ‘vengono da un tempo altro’, che sappiano dire loro che ci si può riprendere dopo una frattura o una delusione, che si può dare alla propria vita svolte nuove, che si può credere nella bellezza…".

Riscatto vuol dire anche "partecipazione": c’è un deficit, secondo lei, dei giovani in questo campo?
"A mio avviso, si deve parlare di partecipazione a tre livelli, riguardo al mondo giovanile. Il primo livello è la fatica che hanno i giovani a ‘ricomporre’ la propria vita, frammentati come sono, attirati da luoghi diversi che li fanno vagare da un’appartenenza all’altra, con il rischio che è la vita che li sta vivendo, e non loro che stanno vivendo la propria vita. C’è poi il secondo livello, quello della partecipazione alla vita altrui: ai giovani bisogna insegnare a coltivare la modalità profonda di sentire l’altro, l’autentica ‘empatia’, contro l’atrofia del sentire oggi dominante. Il terzo livello, infine, è la partecipazione alla vita della comunità: quali sono, oggi, i luoghi del vivere civile e sociale a cui i giovani sono invitati? Occorre dare loro luoghi in cui esercitare la responsabilità, altrimenti il pericolo è il loro ritirarsi dalla vita, in una ‘intensità’ solo illusoria. Il riscatto, per Maria Zambrano, è anche la capacità di riprendere in mano la propria vita più volte: tornare a prendere i sogni di speranza che sono stati interrotti, i semi non germogliati, il progetto nel momento dell’inizio, in cui apre una prospettiva. Sta a noi adulti rimettere i giovani in contatto con altre generazioni che, anche se sono state sconfitte, hanno creduto, consegnando loro i sogni che noi non siamo riusciti a realizzare".

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