Le due passioni” “

L'opinione pubblica nella Chiesa e la Chiesa nell'opinione pubblica

Sul palco dell’Aula Nervi avevano messo su alla meno peggio dei banchetti, e sui banchetti avevano disposto le copie di tutte le testate dei settimanali cattolici d’Italia. Si era nell’estate del 1977. Paolo VI passò benedicendo, con un sorriso di compiacimento. La Fisc, Federazione dei giornali diocesani d’Italia, per la prima volta veniva ricevuta in udienza dal Papa, a dieci anni dalla sua costituzione. Paolo VI spiegò poi il suo sorriso: quei giornali gli riportavano la memoria del padre, anch’egli direttore, a Brescia, del giornale cattolico.
Nelle foto, in prima fila alle spalle del Papa, c’è un prete coi capelli rossi: è il presidente della Federazione, don Franco Peradotto. Il suo sorriso è più marcato di quello del Papa: quell’udienza rappresenta una "conquista" significativa, nel mondo non proprio facile della Chiesa istituzionale, in cui i giornali (e i giornalisti) cattolici erano considerati fratelli minori di una comunicazione e di una pastorale che pensava (allora forse più di oggi) che per essere presenti e ascoltati nel mondo moderno bastassero le prediche e le tonache.
Aveva ragione di sorridere, don Franco. Il cammino cominciato con la Fisc rappresenta una novità cresciuta e consolidatasi in quello stile "conciliare" in cui l’intera Chiesa cerca di camminare – faticosamente, a volte – da 45 anni. Attraverso i settimanali cattolici è cresciuto lo spazio professionale dei laici come giornalisti e operatori di comunicazione. Ed è cresciuto molto di più lo spazio dei laici come lettori adulti, cristiani corresponsabili, capaci di discutere ma anche di riconciliarsi. Una crescita che non è circoscritta alla logica un po’ meschina delle "quote" stabilite per legge… Ancora, e molto più: attraverso i giornali è stato posto a tema il nodo centrale, quello dell’opinione pubblica nella Chiesa.
Era la questione che don Franco ha avuto presente più di ogni altra, maturata negli anni in cui aveva seguito e scritto del Concilio, diventandone poi un grande "commentatore" a Torino e in tutta Italia. Proprio negli anni successivi al Concilio tanti (troppi?) preti e laici sono usciti sbattendo la porta, o tentando esperienze ed innovazioni su frontiere sempre più lontane. Per lui la questione dell’opinione pubblica era il nodo in cui si incrociano due necessità: la fedeltà al magistero e alla successione apostolica, e l’esigenza di garantire quella "cristiana libertà di ricerca" che riguarda non solo i docenti universitari ma ogni credente, nella sua dignità di battezzato. Per questo il giornale cattolico era per lui molto più di una semplice "voce della Chiesa". Lui lo avrebbe voluto sempre come un crocevia, uno spazio privilegiato per riconoscere e portare alla luce i "segni dei tempi", vicino al Vangelo e alla realtà dei poveri.
Lungo lo stesso cammino si ritrova la passione di don Franco per la formazione dei laici e la realtà della famiglia (grazie anche allo splendido esempio della "sua" famiglia, dalla zia, con cui ha vissuto per molti anni, al fratello Cesare, a Lidia e a tutti i nipoti…). Nelle "Equipes Notre Dame" e prima ancora nell’Azione Cattolica (è impossibile ricordare tutte le aggregazioni laicali che ha servito) ha voluto coinvolgersi con tutta la sua capacità di entrare in relazione e di proporre serenità, ben consapevole che laici e famiglia erano non solo la "prospettiva nuova" della Chiesa in Occidente, ma vivevano anche lo stato di vita più difficile nel confronto con la modernità. Aveva imparato le difficoltà dei laici fin dall’inizio del suo ministero, in quella Barriera di Milano che, 60 anni fa come oggi, è il laboratorio in cui sembrano sperimentarsi i "futuri difficili" di Torino. Qui aveva anche imparato ad amare e conoscere a fondo la città e la sua storia. Ed è giusto che la città lo abbia riconosciuto, come "torinese dell’anno" (2003) e poi conferendogli la cittadinanza onoraria (2006). L’incrocio più profondo tra la Chiesa e la città è anche all’origine del suo impegno nel Cop, il Centro di orientamento pastorale che in questi decenni ha offerto idee e proposte per una "pastorale del territorio" capace di animare la vita delle parrocchie.
Come gli altri due "monsignori giornalisti", Cottino e Chiavazza, con cui ha vissuto un’amicizia lunga, profonda e a volte tempestosa (e dunque bellissima), don Franco ha avuto sempre presente che il riferimento del lavoro giornalistico era la comunità cristiana, e in modo privilegiato i preti, primi "leader d’opinione" per la circolazione delle idee e il sostegno concreto al giornale. Un confronto che non sempre è stato facile (come non è facile fare insieme il direttore di giornale e il vicario generale), ma che sicuramente ha consentito a don Franco di esprimere pienamente il suo "essere a servizio" di tutta la Chiesa torinese. Nei lunghi anni del dopo Concilio, e fin quando le condizioni di salute lo hanno permesso, don Franco si è speso interamente per la diocesi, sacrificando sonno e riposo e vacanze che non ha mai fatto; ma non togliendo spazio alla preghiera (Mi consento un ricordo personale: di quanto ho imparato dal Rosario e dal breviario recitati nella notte, e dalle parole che ne seguivano, tornando dai posti più sperduti della provincia piemontese e lombarda, o da viaggi ancor più ardui e lontani).
Il suo "conoscere tutti" è maturato da queste frequentazioni; e si è perfezionato nel silenzio degli ultimi anni, al reparto Consolata del Cottolengo. Ma anche per questo oggi don Franco viene ricordato, a Torino e un po’ in tutta Italia, con affetto e rimpianto.

Marco Bonatti
direttore "La Voce del Popolo" (Torino)

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