Quale via per l’Europa?

Un intervento su L'Osservatore Romano

Un’Europa che dal punto di vista etnico e spirituale “appare sulla via del congedo” ma al cui interno si intravedono “anche segni di speranza”. Un continente paralizzato da una crisi che “mette a rischio la sua vita” e che “se vuole davvero sopravvivere” ha bisogno di “una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stesso”. A riproporre nell’edizione del 28 ottobre de L’Osservatore Romano il ritratto dell’Europa delineato da Benedetto XVI in diversi interventi (discorsi, conferenze e pubblicazioni), è Rudolf Voderholzer, docente di dogmatica cattolica a Treviri e direttore dell’Institut Papst Benedikt XVI di Regensburg. “Strano odio” e “segni di speranza”. Nel sottolineare lo “strano odio” che secondo il Papa l’Occidente ha verso se stesso, tanto che tenta “di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni” ma “della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”, Voderholzer richiama il monito del Pontefice: la multiculturalità “non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri”. Essa pertanto “ci chiama a rientrare nuovamente in noi stessi”. Tra i “segni di speranza”, secondo Voderholzer, il “paradosso” evidenziato in un dibattito del 2004 tra l’allora card. Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas. Quest’ultimo aveva osservato come l’Europa viva di presupposti “che essa stessa non può garantire” ma di cui ancora “si nutre”. La questione è se “tale scorta” non sarà ben presto “completamente consumata”.Recuperare storia e identità. “Una società di cittadine e cittadini che badano soltanto ai propri interessi personali non ha futuro – avverte Voderholzer -. Anche la Chiesa e la tradizione cristiana, che si sono espresse in modo discreto, fino agli osservatori più ostili, convengono sempre più sul significato pre-politico delle convinzioni religiose: le leggi di per sé non servono in ultima analisi a niente, senza contenuti socio-spirituali, senza un sostrato spirituale e morale”. Pertanto “se si vuole che l’Europa, con e mediante la sua ricca origine, abbia ancora un futuro”, essa “dovrà riconquistare un rapporto positivo con la propria storia e la propria identità, soprattutto con il riconoscimento di Dio quale fondamento della verità”. L’obiezione secondo la quale “citando le radici cristiane dell’Europa si urterebbe la sensibilità dei numerosi europei non cristiani, è poco convincente”. Anzitutto “con tale indicazione ci si riferisce semplicemente a un fatto storico, che è assurdo negare. Inoltre non si può contestare che con l’orientamento spirituale e morale fissato con tale riferimento si indichi un elemento di identità decisivo dell’Europa”, la sua “grandezza spirituale”. “Veluti si Deus daretur”. Nei riguardi di chi potrebbe sentirsi offeso e ritenere minacciata la propria identità, il direttore dell’Istituto di Regensburg precisa che “proprio i musulmani, ai quali si fa sempre riferimento volentieri a questo proposito, non vengono offesi dalla professione di fede in Dio dell’Occidente e dalla morale che su di essa si fonda, ma piuttosto dal «cinismo» delle società secolarizzate, per le quali nulla più è sacro”. Lo stesso “vale per i concittadini ebrei, perché le radici dell’Europa arrivano fino al Sinai: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio”. Sul mancato riferimento a Dio nella costituzione Ue, Voderholzer rammenta che Ratzinger già nell’anno 2000, quando si intravedeva che nella Carta europea dei diritti fondamentali non sarebbe stata prevista una invocatio, si era espresso in questi termini: “A questo punto si pone ancora una volta la questione se, data la tradizione dell’umanesimo europeo e la sua motivazione, non sarebbe stato necessario inserire saldamente, nella Carta, il riferimento a Dio e la responsabilità dinanzi a lui. Non è stato fatto perché non si voleva che lo Stato prescrivesse un credo religioso; ciò va rispettato”. Ma secondo Ratzinger “si doveva mettere in rilievo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto per il sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere in Dio”. “Il tentativo condotto sino alla fine di organizzare le cose umane prescindendo completamente da Dio – avverte Voderholzer – porta sempre più sull’orlo dell’abisso, cioè all’eliminazione dell’uomo”. Di qui il richiamo alla proposta di Ratzinger di invertire “l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non trova la strada per l’accettazione di Dio, dovrebbe però cercare di vivere e di organizzare la vita veluti si Deus daretur”. È questo “il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti (…). Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano il sostegno e il criterio di cui hanno urgentemente bisogno”.

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