Ue e note stonate

Rating, crisi finanziaria, crisi della politica

La crisi finanziaria ha rivelato all’opinione pubblica la potenza incredibile delle cosiddette agenzie di notazione, che valutano la salute economica degli Stati per assicurare agli investitori profitti maggiori con rischi minimi. Il problema viene dal fatto che tali agenzie, come Fitch Ratings, Standard & Poor’s o Moody’s, non sono soltanto luoghi di analisi o istituti dove si raccolgono informazioni che potrebbero essere utili per i governi, ma sono diventate luoghi di potere senza nessun controllo. I loro esperti decidono la sorte dei Paesi, delle loro popolazioni. Il principio è di dare ai diversi Paesi delle note, per esempio i più sicuri (dal punto di vista del rendimento degli investimenti capitalistici) ricevono la nota di AAA (valutazione di massima sicurezza/garanzia); se però l’agenzia decide, sulla base dei propri criteri, che la nota dev’essere ribassata, tale decisione può provocare una crisi economica, o approfondirla. È successo così per la Grecia. Tutti i governi ormai, invece di stabilire la politica economica sulla base delle proprie analisi, delle scelte fatte e proposte al momento delle elezioni democratiche, hanno gli occhi fissati sul buon volere delle agenzie, e tremano di fronte al rischio di una nota sfavorevole. Si può dire senza esagerare che il governo del mondo è passato a queste agenzie private, che ubbidiscono esclusivamente a interessi privati. La nozione di bene comune? Sparita completamente, arenata in un capitalismo prepotente, controllato da nessuno. Su un altro campo, le università conoscono lo stesso stress della notazione, quella detta di Shanghaï: ogni anno tutte tremano, anche le più prestigiose, o quelle che fanno un bel lavoro di formazione dei giovani, perché qualcuno, in qualche parte del mondo, ha deciso di valutare tutte le università con criteri propri e unici, senza tener conto del contesto culturale, né dei risultati reali. La classificazione di Shanghaï evidentemente ignora del tutto il fattore umano, è basata sulle cifre: numero di studenti, numero d’istituti di ricerca, numero di tesi ecc. Gli insegnanti, gli studenti, il personale amministrativo, in quanto persone, spariscono completamente. Ma ciò che sembra più preoccupante è il fatto che, di fronte a questa moda della notazione, la volontà politica sparisce, svanisce. Non si sente nessun politico dire basta a questa dittatura cieca, nuova forma di totalitarismo che non ha nessuna considerazione per la democrazia. Nonostante la crisi bancaria del 2008, l’impegno preso dal G20 per meglio controllare un capitalismo diventato ubriaco, tutti i governi restano paralizzati di fronte all’idra capitalista. La volontà ha disertato il campo della politica. Non possiamo non pensare con nostalgia a statisti come Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Charles de Gaulle, Paul-Henri Spaak, Helmut Kohl, che avevano le loro convinzioni, la loro visione del mondo, e non l’occhio fissato sui sondaggi, né su decisioni prese da altri in qualche officina privata. Questa crisi della politica è anche una crisi della cultura europea, che ha costruito un sistema economico con l’uomo al suo centro. Pensiamo al famoso capitalismo renano, all’economia sociale di mercato. Invece il modello anglosassone si è imposto a tutti i livelli: disfatta della volontà, disfatta della cultura, disfatta della persona umana.

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