Uniti in una terra ferita” “

Ottava Congregazione: i delegati fraterni e l'impegno della Cei

Venerdì 15 ottobre, al Sinodo, è stata la volta dei delegati fraterni, i cui interventi hanno rimarcato l’urgenza del dialogo ecumenico e dell’unità, in vista di una più vera ed efficace testimonianza, senza dimenticare di mettere in evidenza il grave problema dell’emigrazione cristiana dalla Regione. Subito dopo sono riprese le relazioni dei padri sinodali.

Quattro priorità. Il vescovo di Alep e primate degli Armeni in Siria, Shahan Sarkissian, ha messo in evidenza alcune priorità: "Dovremmo manifestare più concretamente e più chiaramente l’unità delle Chiese che costituisce oggi più che mai un imperativo per il Medio Oriente. Nel rispetto delle differenze ecclesiologiche, le Chiese devono sempre essere insieme, programmare insieme e operare insieme". Il secondo punto riguarda "il rispetto e la comprensione reciproci che costituiscono le basi del dialogo e della convivenza islamo-cristiana. Occorre approfondire la convivenza con l’Islam pur rimanendo fedeli alla propria missione e alla propria identità cristiana". Terzo aspetto è "rilanciare e promuovere l’educazione cristiana, il rinnovamento spirituale e la diakonia, l’evangelizzazione interna e la trasmissione dei valori cristiani ai giovani, la partecipazione attiva dei laici". Infine, il primate armeno, ha sottolineato "l’importanza della cooperazione ecumenica istituzionale nonché del dialogo teologico bilaterale. La riforma e la riorganizzazione del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente costituiscono oggi una priorità maggiore rispetto a quella a cui sono già votate le Chiese membri". Anche il vescovo di Exeter, Michael Langrish (Regno Unito), rappresentante anglicano, si è detto preoccupato per "l’emigrazione dei cristiani in molte regioni del Medio Oriente e per le circostanze che rendono difficile la loro permanenza e il loro prosperare". "Su questa situazione – ha detto – c’è troppa ignoranza tra i cristiani dell’Occidente. Gli anglicani cercano di fare la loro parte, insieme alle Chiese storiche del Medio Oriente, per aumentare la consapevolezza dei governi e dei media, come pure dei loro stessi membri. Cerchiamo di operare insieme in un impegno profetico con le scritture, sicuri della speranza e della verità del Verbo incarnato di Dio". "Adesso è il momento di agire insieme – ha affermato Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc) – per noi cristiani ciò deve fondarsi su tre imperativi fondamentali: un imperativo etico e teologico per una pace giusta, un imperativo ecumenico per l’unità nell’azione e l’imperativo del Vangelo per una ricca solidarietà e amore per il nostro prossimo. Operiamo insieme e uniamoci nel nostro sincero appello ai governi interessati della regione e del mondo affinché una pace giusta, autentica e duratura regni nell’intera regione. Preghiamo e operiamo insieme affinché i cristiani in Medio Oriente continuino a essere il ‘sale della terra e la luce del mondo’. Accompagniamo le Chiese della regione nel loro compito di trasformare la società".

L’impegno della Cei. Tra gli interventi dei padri sinodali del 15 ottobre si è registrato quello del rappresentante dei vescovi italiani, mons. Riccardo Fontana, arcivescovo di Arezzo-Cortona-San Sepolcro, che ha esordito affermando che "nei soli primi sei mesi del 2010 sono partiti 1.600.000 pellegrini diretti in Palestina". "È più quanto riceviamo in termini di vita spirituale e di ricerca di fede a favore dei nostri pellegrini, di quanto si riesce a dare con la nostra solidarietà", ha affermato mons. Fontana, che ha messo in evidenza come "nella Chiesa italiana trovi una grande attenzione la condizione di vera sofferenza del popolo palestinese e di quella porzione silenziosa di ebrei israeliani che non accettano, in nome della sicurezza, le situazioni discriminatorie che scatenano terrorismo e violenza". "L’assoluta povertà dei cristiani di Terra Santa e del Medio Oriente – ha proseguito – ha fatto nascere in Italia un sempre più ampio numero di progetti caritativi. Solo nei primi 5 anni del millennio, la Cei ha finanziato progetti nell’area per oltre 25 milioni di euro. Ad essi vanno aggiunti quelli degli Istituti religiosi e delle singole diocesi". Ma non basta. Per l’arcivescovo, "c’è bisogno di fare di più. Ci viene spesso ripetuto che gran parte delle decisioni che potrebbero aiutare le Chiese del Medio Oriente sono prese in Occidente. La Santa Sede con i suoi canali diplomatici, noi vescovi, potremmo far presente ai rispettivi governi che Gerusalemme e le cristianità del Medio Oriente sono tra le priorità irrinunciabili per tutti i cristiani. Far conoscere è il primo passo per trovare soluzioni".

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